sordi longhiRoma, 27 feb – Correva l’anno 1978 quando Alberto Sordi e Anna Longhi, nel terzo episodio del film collettivo Dove vai in vacanza?, interpretavano i coniugi romani Remo e Augusta Proietti, spediti dai loro figli a trascorrere delle “vacanze intelligenti” tra cinema, musei e mostre. Giunti a Venezia, mentre visitano la Biennale, Remo e la moglie si trovano a confrontarsi con un concetto di arte completamente diverso da quello atteso e quando Augusta, esausta, si accascia su una sedia vuota, e Remo le va a prendere una bevanda rinfrescante, viene scambiata da alcuni visitatori per un’opera contemporanea valutata 18 milioni di lire. Pur aggregandosi a una visita guidata i coniugi sono frastornati da muri squarciati, installazioni di natura viva, tappeti di foglie; lei chiede “Ma che dice quello?” e Sordi replica “Eh, che dice, spiega. Spiega le cose che noi nun potemo capì”. Del resto in quella edizione della Biennale, la numero XXXVIII, che precorreva le tematiche ambientaliste e prendeva spunto da una citazione di Kandinkij “grande astrazione, grande realismo”, la realtà superò la finzione cinematografica nel momento in cui un imbianchino ridipinse quella che pensava essere una semplice porta. Era un capolavoro di Marcel Duchamp e nel 1987 la Biennale fu condannata a risarcire il proprietario dell’opera, il gallerista romano Fabio Sargentini, di ben 400 milioni di lire.

 

Il buco di Eron, prima e dopo l'intervento del muratore.
Il buco di Eron, prima e dopo l’intervento del muratore.

Sono trascorsi 36 anni ma il rapporto tra le avanguardie artistiche e i non addetti ai lavori non sembra essere mutato. Lo scorso otto febbraio al Museo dell’Arte di Ravenna, al termine della mostra “Critica in arte”, un muratore ha provveduto a stuccare il foro nella parete realizzato dal riminese Eron, al secolo Davide Salvadei, il quale aveva disegnato l’ombra lasciata da un grande specchio, posizionato sul pavimento come se fosse caduto. Pochi giorni dopo, a Bari, mentre si ultimavano i lavori per l’allestimento della rassegna ‘Display Mediating Landscape’, un’addetta alle pulizie raccoglieva alcuni cartoni e fogli di giornale sparsi sul pavimento e li gettava nei bidoni della spazzatura. Subito dopo terminava il suo lavoro spazzando dei biscotti sbriciolati e spostando un martello poggiato in equilibrio precario, probabilmente imprecando contro gli allestitori della mostra e il loro disordine. In realtà la signora Anna Macchi, questo il suo nome, aveva appena distrutto e consegnato all’Amiu, l’azienda dei rifiuti, buona parte delle opere costituenti la rassegna: installazioni di Nicola Gobbetto, David Jablonowski e Paul Branca.

 

Achille Bonito Oliva, critico d’arte e fondatore della Transavanguardia, ha liquidato gli ultimi episodi come “situazioni di sana ambiguità tra arte e vita”. Sul fatto che tale ambiguità possa essere o meno sana, ci sarebbe da discutere; resta il fatto che la strada intrapresa in Italia sembra allontanare il grande pubblico da mostre e musei, e la soppressione dell’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole sembra confermare questo indirizzo. L’arte del futuro prossimo continuerà a godere di un pubblico di nicchia, autoproclamatosi elite culturale, che si crogiolerà tra un happening e un vernissage e, attraverso i muri e le tele squarciate, osserverà i Remo Proietti che continueranno a dire “noi nun potemo capì”.

 

Francesco Pezzuto

 

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