De Amicis è morto. Ma Zulù è vivo, e lotta insieme a noi

zulumatrimonioRoma, 8 nov – Capita talvolta di leggere notizie che, tutto d’un tratto, ti fanno sentire vecchio. O, a volersi concedere un po’ d’indulgenza, diversamente giovane. Accadimenti, situazioni. Conversazioni, suggestioni. Nulla di grave, per carità. Semplicemente quella, anche piccola, dissintonia, che ti fa provare un po’ d’affanno rispetto ai tempi che ti trovi a vivere.

“Pronuncia sempre con riverenza questo nome – maestro – che dopo quello di padre, è il più nobile, il più dolce nome che possa dare un uomo a un altro uomo”: questo scriveva De Amicis in una delle pagine del suo libro “Cuore”. Per carità, altre epoche. Ma solo fino a qualche tempo fa, una delle fondamentali pietre di cui era lastricata la nobile via della pedagogia scolastica. A fargli buona compagnia, negli italici compendi, il Manzoni, il Foscolo, il Mazzini, il Carducci, il Pascoli e tutte le altre “literstar” nostrane. Bene, da oggi la musica cambia. E siamo fuor di metafora. Perché se Edmondo è morto e sepolto, Zulù è vivo. E lotta insieme a noi. Non sentitevi a disagio quindi nell’apprendere che un testo di Luca Persico, al secolo appunto Zulù, rapper e front-man storico dei 99 Posse, da sempre legato al mondo dell’antagonismo partenopeo duro e puro (e al centro sociale Officina 99), è finito nel testo scolastico Le basi della letteratura edito da Bruno Mondadori e indirizzato alle scuole superiori. In particolare, ad accendere la passione di Paolo Di Sacco, redattore del volume, e docente del Dipartimento di italianistica e comparatistica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, è stata la celeberrima canzone “Curre Curre Guagliò”. Ora: immaginarsi il compassato accademico che, mentre si reca in facoltà, frigge le casse dell’auto con un rap barricadero di vent’anni fa, ammettiamolo, fa un po’ strano. Ma si sa, i gusti son gusti. Così come il valutare un testo in base al background del suo autore, può essere un metodo non corretto: estetica ed eventuale valore, trascendono l’umana imperfezione. In fondo pure Bukowski era un ragazzaccio, ma non vi son dubbi che di “letteratura” si tratti. Anche se nessuno, ad onor del vero, si è mai trovato nell’antologia il virtuoso ubriacone statunitense. La canzone in questione, però, non è una canzone qualunque. E a voler entrar nel merito, le sue qualità son piuttosto dubbie. Si tratta infatti di un testo in dialetto napoletano, che incita alla rivolta violenta contro lo stato oppressore.


Curre curre guagliò
Tanta mazzate pigliate
Tanta mazzate pigliate
Tanta mazzate ma tanta mazzate
Ma tanta mazzate pigliate
Tanta mazzate pigliate
Tanta mazzate pigliate
Tanta mazzate ma tanta mazzate
ma una bona l’aimmo data
è nato è nato è nato
n’atu centro sociale occupato
n’atu centro sociale occupato
e mò c’ ‘o cazzo ce cacciate

 

Tutto, sempre e ancora, in nome della lotta di classe. Zulù infatti ama definirsi a tutt’oggi “compagno militante”. E c’è già chi inneggia alla nuova “Bella Ciao”. Ora, l’esser bacchettoni è una brutta malattia. Ma il buonsenso rimane una virtù. E se ciascuno è libero di entusiasmarsi per ciò che più gli pare, infilare in un testo adottato a livello ministeriale la canzone di un rapper anarchico e un po’ sovrappeso, pare una forzature oggettiva. Pure in malafede. Perlomeno per chi, ultimo tra i romantici, considera ancora la scuola pubblica prima fucina dei cittadini del domani. Ed è proprio qui che nasce qualche malizioso sospetto: “Curre Curre Guagliò” viene presentata alle pagine 918-919. La scheda comprende una chiave di lettura delle strofe (che appaiono però depurate delle parti più sensibili), una parte esercitativa e un confronto con gli altri testi inseriti nel percorso intitolato «Gli adulti di domani». Sottile ironia. A quando “Ohi Maria” degli Articolo 31 nella nuova catechesi? In definitiva, aridatece D’Azeglio.

 

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