AstrazioneRoma, 20 nov – Non è ancora – né, del resto, vuole esserlo – il libro su Julius Evola, quello in grado di ristabilire l’attualità (o meno) del pensatore tradizionalista al di là di agiografie o demonizzazioni. Eppure Per un’altra modernità. Scritti su Evola, di Giovanni Damiano (Edizioni di Ar, pp. 88, € 12,00) indica efficacemente quello che potrebbe essere un approccio serio e definitivo alle molte questioni lasciate aperte attorno al lascito culturale evoliano.

Il saggio si compone di cinque scritti che affrontano altrettanti aspetti del pensiero di Evola, alcuni diffusamente e con dovizia di citazioni, altri più sbrigativamente e nello spazio di un articolo breve. Damiano ci parla quindi del ruolo dell’impero bizantino della metafisica della storia evoliana, del rapporto fra Evola e la civiltà rinascimentale, dell’ottica con cui il pensatore tradizionalista inquadrò i fenomeni di colonizzazione e decolonizzazione, del suo rapporto con l’America e con la questione bruciante del razzismo.

Al di là delle singole tesi di Damiano, su cui ovviamente si può di volta in volta concordare o meno, risulta particolarmente apprezzabile il metodo scelto dallo studioso campano per approcciare il pensiero evoliano, che poi è l’unico metodo possibile per affrontare qualsiasi pensiero: lo studio rigoroso dei testi, la contestualizzazione storica, il confronto con i fatti. Evola esce quindi da quell’iperuranio in cui egli appare autogenerato, solipsistico, bastante a se stesso, norma assoluta per ogni altro pensiero, decifratore di un modello “che è fissato nei cieli” e che quindi è impermeabile a ogni critica. Allo stesso tempo viene tuttavia sottratto anche a quell’Ade in cui lo avevano cacciato le interpretazioni sbirresche di chi aveva addirittura fatto del barone l’ispiratore consapevole dello stragismo e della stagione delle bombe.

Damiano, che pure è autore di un bel libro sul periodo filosofico di Evola e di altri scritti “minori” in cui ha mostrato tutt’altro che ostilità preconcetta nei confronti del pensatore tradizionalista, mostra in Per un’altra modernità di aver maturato un giudizio sostanzialmente negativo circa le spiegazioni evoliane sulla genesi della modernità.

«Quella evoliana – scrive – è una genealogia semplificante, e perciò non adeguata alla straordinaria complessità della dinamica storica reale, che viene piuttosto curvata e sottomessa allo schema teorico ordinario guénoniano, mentre invece, more solito, l’accadere genealogico si dipana in maniera ben più imprevedibile». Non mancano, tuttavia, apprezzamenti a singole tesi dell’autore de Gli uomini e le rovine, come per esempio l’individuazione della interdipendenza tra modello americano e utopie multirazziali. Così come viene riconosciuto a Evola un notevole realismo circa gli effetti nefasti della decolonizzazione, interpretata come fenomeno sostanzialmente anti-europeo e comunque eterodiretto di volta in volta dalle due superpotenze della Guerra Fredda.

Globalmente, si tratta comunque di un libricino che gli appassionati di Evola dovranno leggere e che costituisce un valido strumento per orientarsi con serietà e lucidità nella selva oscura del pensiero evoliano, in cui troppi si sono persi guardando ora troppo in alto, ora troppo in basso.

Adriano Scianca

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