dosLa mattina del 22 dicembre del 1849 Fëdor Michajlovič Dostoevskij sta per essere condotto al patibolo dalle guardie dello zar Nicola I. La sua partecipazione al circolo M.V. Petraševskij viene considerata dalle autorità attività sovversiva e pertanto meritevole di essere punita con la pena capitale. Tuttavia, mentre i prigionieri si stanno recando verso il luogo dove ineluttabilmente avrebbero trovato la morte, viene comunicato loro che la condanna a morte è stata tramutata dallo Zar in lavori forzati a tempo indeterminato in Siberia. Nicola aveva preso la decisione già il 19 del mese ma i prigionieri, tra cui Dostoevskij, vennero a sapere la notizia solo il giorno fissato per l’esecuzione.

L’avvenimento segnò profondamente la vita del romanziere russo, gli attacchi epilettici di cui già soffriva si fecero da quel momento ancora più invadenti e in una delle sue opere più importanti, L’idiota, descrive per bocca del principe Myškin cosa si prova in quei momenti dove si è sospesi tra la vita e la morte: «A chi sa di dover morire, gli ultimi cinque minuti di vita sembrano interminabili, una ricchezza enorme. In quel momento nulla è più penoso del pensiero incessante di poter non morire, del poter far tornare indietro la vita. Allora, quale infinità! Si potrebbe trasformare ogni minuto in un secolo intero…».

L’esperienza della commutazione della pena di morte in lavori forzati, riveste però anche un altro aspetto fondamentale nella vita di Dostoevskij. Nei quattro anni (1850-1854) che passa in Siberia insieme a criminali d’ogni specie, inizia a convincersi dell’idea che la salvezza della Russia è custodita nell’anima del popolo, anche quel popolo più “duro” che ha incontrato negli anni della prigionia. Dirà infatti riferendosi a quel periodo: “Fra i criminali ho riconosciuto finalmente degli uomini” oppure “ci sono caratteri profondi, forti, bellissimi, e che felicità cercare l’oro sotto quella rude scorza. Quanti tipi e caratteri popolari mi sono portato via dai lavori forzati! Basterà per volumi interi”.

Un’idea di redenzione che svilupperà e che prenderà sempre più corpo in Dostoevskij, in particolare dopo i suoi viaggi in Francia e in Inghilterra. In queste zone ricche e industrializzate l’autore riconosce i germi dell’individualismo, del materialismo e del cinismo più abietto, mentre nella sua Russia, nonostante l’arretratezza e la povertà, vede sopravvivere ancora un istinto di solidarietà.

L’invito ai monaci dello starets Zosima nei Fratelli Karamazov  è forsa la summa di questa sua visione di rigenerazione salvifica della nazione Russa : “Custodite dunque il popolo e salvaguardate il suo cuore. Educatelo nel silenzio. Ecco la vostra missione di monaci, giacchè questo popolo porta in sé Dio”.

Rolando Mancini

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