yemenprSana’a, 16 apr – Sabbia, silenzio. Di nuovo sabbia. Le stelle non ti orientano nel vuoto, ti abbagliano e muoiono con l’alba. Poi di nuovo silenzio, e ancora sabbia. E’ il Rubʿ al-Khālī, il cosiddetto quarto vuoto, il secondo deserto più grande del mondo, ancora in gran parte inesplorato. Sem fu l’unico a violare l’inviolato. Poi il figlio di Noè capì che non poteva restare, proseguì fino all’altopiano e si fermò. Così nacque San’a, fondata dal capostipite della stirpe semita.

Ma “chi resta nel deserto abbastanza a lungo, deve ricorrere inevitabilmente a Dio, come all’unico asilo e armonia di vita”. Lo capì subito Lawrence, e lo scrisse, quasi fosse un j’accuse a posteriori nei confronti degli arroganti e ingenui ufficiali del Regno Unito, ne I sette pilastri della saggezza. Non si può cambiare l’identità di un popolo con un tratto di penna e per comprenderne la mente si deve vivere e conoscere il cuore. E il cuore dello Yemen non è lo scintillante mare che ne bagna le coste, quelle floride zone che i romani chiamavano Arabia Felix. Il cuore dello Yemen è il deserto, che non si poteva conquistare né definire. E nessun abitante della sabbia rovente a nord di Sana’a amava quei gelidi e presuntuosi generali di Sua Maestà.

Ieri

Il primo a capirlo fu Mussolini che per contrastare la presenza francese e britannica attivò la diplomazia italiana già dagli anni venti. La diffidenza yemenita nei confronti dei britannici era la chiave che il governo fascista sapeva di poter sfruttare e non esitò ad utilizzare. Per il Duce lo Yemen rivestiva un ruolo geostrategico fondamentale, doveva infatti diventare l’ hinterland dell’Eritrea. L’Italia avrebbe così unito i propri territori africani all’Asia, controllando il tratto di mare più breve che unisce i due continenti. Significava poter aprire e chiudere la porta principale d’accesso dei commerci marittimi, importare ed esportare merci dall’oriente senza più subire i dazi inglesi.

Mussolini a Villa Torlonia con il principe yemenita Seif el Islam Mohamed Ben Jahia
Mussolini a Villa Torlonia con il principe yemenita Seif el Islam Mohamed Ben Jahia

Il governatore dell’Eritrea Jacopo Gasparini fu così incaricato di mettere in atto la penetrazione italiana nello Yemen, (come riporta Andrea Vento in In silenzio gioite e soffrite. Storia dei servizi segreti italiani dal Risorgimento alla Guerra Fredda, Il Saggiatore, 2010). Nel 1926 Roma stipulò un Trattato di amicizia con San’a di durata decennale, poi rinnovato nel 1937. L’Italia iniziò così ad importare dal paese arabo caffè, gomma, datteri ma soprattutto petrolio, perle, ambra. Mentre esportava mezzi tecnici, manufatti e benzina raffinata nella vicinissima Eritrea. Il governo italiano però andò oltre: aprì due stazioni radio nei porti di Hodeidah e Mokha, un ambulatorio nella capitale con medici italiani, una fabbrica di munizioni e realizzò un collegamento telegrafico tra San’a e Mokha. Nel 1938 Seif al-islam el-Husayn, figlio dell’imam yemenita, venne ricevuto in Italia in visita ufficiale dal re e da Mussolini e assistette ad esercitazioni di carri armati nel campo di Tor di Quinto. Successivamente visitò anche le acciaierie di Terni e altre delegazioni del governo di San’a si recarono ripetutamente a Roma. Un rapporto insomma che sembrava consolidarsi di anno in anno tra l’Italia e il paese arabo.

Ma la Gran Bretagna non stava a guardare. Londra iniziava a ritenere preoccupanti le relazioni tra Roma e San’a, l’ambasciatore in Italia Sir Ronald Graham affermò con preoccupazione che Mussolini stava creando “un nuovo canale di Suez” nel Mar Rosso meridionale. Non era affatto lontano dalla verità, la fondazione della Società anonima navigazione eritrea (Sane) servì all’Italia proprio per assicurarsi un collegamento tra la colonia africana e il paese arabo. Tutte mosse destinate ad allarmare ulteriormente la Gran Bretagna, che già nel 1933, attraverso propri agenti segreti, fece esplodere un deposito italiano di armi a Hodeidah. Il rifiuto del re yemenita di aderire alle sanzioni imposte da Londra all’Italia durante la guerra d’Etiopia e i diecimila cammelli forniti da San’a alle truppe italiane stanziate in Eritrea, furono la testimonianza per gli inglesi che avevano a che fare con una nazione europea ambiziosa, non più disposta a chinare la testa.

L’Italia faceva sul serio e nonostante le pressioni, gli attacchi e le sanzioni britanniche non cedette. Continuò a concepire una politica estera forte, nuova, decisamente più rispettosa delle tradizioni dei popoli arabi e quindi destinata a scontrarsi con le mire e gli atteggiamenti britannici. Arriverà poi il secondo conflitto mondiale, concluso come ben sappiamo, la Gran Bretagna venne ridimensionata dagli Stati Uniti e per l’Italia finì definitivamente il sogno di “un nuovo canale di Suez” destinato ad unire più a sud Africa ed Asia, il sogno imperiale da contrapporre all’imperialismo britannico che anche gli yemeniti cullarono per qualche anno.

Oggi

Sabbia, silenzio. Poi il fuoco. Lo Yemen oggi brucia, dilaniato da una guerra fratricida che vede al centro, eterna fitna (tribolazione, litigio, guerra civile perenne), la contrapposizione tra sunniti e sciiti. I primi, anche nelle sue frange più fondamentaliste, sostenuti e armati dai sauditi, storici amici/nemici di San’a. I secondi, minoranza nel paese ma forti e coesi, appoggiati unicamente dall’Iran. La sabbia nel quarto vuoto a nord continua ad essere rovente e ammaliante, i meravigliosi palazzi storici della capitale svettano ancora splendenti, l’Arabia Felix a sud è avvolta ancora nel mito della Regina di Saba. Ma tutto il territorio yemenita è devastato da morte e povertà, le moschee sciite vengono distrutte dagli attentati di al Qaeda, armi ed equipaggiamenti americani spariscono nel nulla per poi ricomparire magicamente nelle mani dei jihadisti.

La Gran Bretagna ha ancora la sua intelligence a tessere una tela ormai recisa. L’Italia però non c’è più, ha sepolto la spada dell’Islam. Quel simbolico dono consegnato da un capo berbero al Duce innalzato a “protettore dei popoli islamici”. Una possibilità forse definitivamente perduta. Forse. Perché tutti i protagonisti di questo disastro sono consapevoli che per tutto il mondo arabo ci sarà sempre e solo una possibilità di rinascita e di pax, seppur oggi dimenticata e lontana: l’aquila di Roma.

Eugenio Palazzini

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