fucilazione2_1140073Roma, 4 apr – Ha fatto molto discutere la proposta, avanzata da 70 parlamentari del Pd,volta a “restituire l’onore e il rango di caduti per la Patria ai soldati caduti sotto il fuoco amico”, cioè sostanzialmente a riabilitare i disertori della Prima guerra mondiale. Per approfondire l’argomento oltre la solita vulgata anti-italiana proponiamo uno stralcio tratto da La battaglia del Solstizio. Piave, giugno 1918 di Pierluigi Romeo di Colloredo (282 pagine, 46 foto, 2 cartine, Euro 25,00, Edito dall’Associazione ITALIA), in cui si spiega come le azioni repressive nell’esercito italiano furono in realtà assolutamente inferiori a quelle di altri eserciti (che pure oggi nelle rispettive patrie nessuno si sogna di processare) [IPN].

MALGOVERNO DELLA TRUPPA E REPRESSIONI

Riguardo al malgoverno della truppa, soprattutto sull’utilizzo della pena di morte e sulle forti perdite durante la gestione Cadorna, si son dette numerose inesattezze; non è dunque inutile esaminare la questione, sia pure rapidamente, confrontando la situazione del fronte italiano con quella del fronte occidentale.

Giorgio Rochat scrisse in un suo studio sulla I Guerra Mondiale pubblicato da Feltrinelli nel 1976 (L’Italia nella Prima Guerra Mondiale, Milano 1976) che nell’esercito italiano vi erano state più condanne a morte che in quello francese, ed anche decimazioni, in Francia non praticate: in Francia inoltre non fu fatto ricorso che in casi rarissimi ad esecuzioni sommarie e mai a decimazioni, che invece in Italia erano pratica costante e vivamente raccomandata dal Comando supremo. La realtà è diversa.

Scriveva il giornale socialista francese Crapouillot a proposito della repressione degli ammutinamenti dell’Aprile del 1917, dopo il fallimento dell’offensiva di Nivelle, che si fecero allineare gli ammutinati su una fila, poi si ordinò che si contassero: uno, due, tre, quattro, cinque. “Il cinque esca dalla riga” diceva il colonnello. Un uomo su cinque era designato a morire (La guerre inconnue, les fusilèes, “Crapouillot”, agosto 1934), cose ben note già all’epoca, tanto che furono presentate anche interpellanze all’Assemblée National, e vi fu un durissimo intervento di Paul Meunier al Comitato segreto; anche Giulio Primicerj ricorda le decimazioni del quinto uomo di ogni riga effettuate dai francesi nel 1917 (cfr. G. Primicerj, 1917. Lubiana o Trieste?, Milano 1986, p. 27).

Sull’argomento si veda anche la monografia di Andrè Bach, Fusillés pour l’exemple 1914-1918, Parigi 2003. Il generale Bach è stato a capo del Service historique de l’Armee de Terre (SHAT), ed il suo lavoro è quanto di più documentato esista sull’argomento. Tali fatti ben noti ed incontrovertibili furono utilizzati, prima e durante la Guerra d’Etiopia anche dalla propaganda fascista, come nel libro di Piero Caporilli, Gli ammutinamenti francesi del 1917, Roma 1934 XIII (ristampato con il titolo Primavera 1917, Genova 1994).

Del resto anche Gianni Rocca nella sua biografia di Cadorna scrive che dopo l’offensiva di Nivelle, Petain ristabilirà l’ordine facendo crepitare i fucili dei plotoni di esecuzione: vere e proprie decimazioni in massa dei ribelli (Gianni Rocca, Cadorna. Il Generalissimo di Caporetto, Milano 1985, rist. 2004, p. 193).

Quanto alle rarissime esecuzioni sommarie, nel giugno del 1917 nell’esercito francese veniva sospesa l’istruttoria preliminare, introdotta nel codice penale militare solamente nel 1916, e soppresso d’autorità il ricorso in appello al Comando d’Armata (cfr. Silvestri, Isonzo 1917, cit., p. 188).

Il generale Emilio Faldella, esaminando la questione del malgoverno cadorniano sostenne l’opposto di quanto affermato dal Rochat, dedicando all’argomento un capitolo del secondo volume de La Grande Guerra, cit., elencando puntigliosamente gli episodi di ammutinamenti, riportando i reparti interessati, e relative condanne a morte, concludendo che, a differenza della Francia, in Italia non vi furono decimazioni: le repressioni che seguirono in Francia ai gravi episodi di rivolta che si verificarono nel maggio-giugno 1917 […] furono di una gravità eccezionale; in taluni casi si procedette effettivamente decimazioni, ma nulla del genere avvenne nell’Esercito italiano (p. 307) e sottolineò che non si possono chiamare decimazioni dieci o quattordici condanne a morte in un reggimento.

Il generale Faldella fu storico militare minuziosissimo e documentatissimo, ma è il Rochat, almeno per una determinata parte politica, a far testo, malgrado il tagliente giudizio che di lui dava uno tra i massimi storici italiani, Rosario Romeo, sul Giornale del 27 giugno 1977: “Così autorevole, come tutti sanno, e così competente […] ancora una volta il Rochat parla di cose che non sa e di libri di cui non ha visto neppure le illustrazioni ma che già sa di dover condannare, per reato di ‘moderatismo’. I moderati imparino: e cerchino di sviluppare difese adeguate, che ce n’è bisogno” (Rosario Romeo, Quando il “tecnico” ci mette la coda, ora in R. Romeo, Scritti storici 1951-1987, cit., p. 287).

Con ciò non si nega ovviamente che nel corso della guerra vennero comminate dai tribunali militari 1.066 condanne a morte, di cui 729 eseguite e 277 commutate con pene detentive, con il picco più alto nel giugno del 1917, con 68 condanne eseguite e 9 non eseguite (si può confrontare con l’altro mese in cui ci furono più condanne a morte, l’ottobre dello stesso anno, soprattutto i giorni dopo Caporetto, con 55 condanne eseguite ed una non eseguita. Cfr. Alberto Monticone, La battaglia di Caporetto, Udine 1999, p. 206).

Si confronti questa cifra con la frase annotata nel diario del generale William Douglas Haig, comandante della British Expeditionary Force in Francia nel novembre del’17: trentamila casi di ribellione sono stati soppressi [nell’esercito francese] (cit. in Horne, The Price of the Glory, cit., p. 323).

Vale la pena infine di riportare la circolare diramata dal Comando Supremo il 20 luglio 1917, cinque giorni dopo la repressione dell’ammutinamento della brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa: “[…] Chi punisce con la pena di morte si domandi sempre in coscienza, se tutto è stato fatto per parte sua, per migliorare moralmente e materialmente le condizioni dei suoi soldati, se, oltre a reprimere, egli ha saputo prevenire, se egli è stato a continuo contatto con l’animo delle truppe per comprenderne le aspirazioni, i bisogni, le depressioni, il bene e il male; se, in una parola, egli senta di dominare veramente le forze vive che gli sono affidate, con quella scienza del cuore umano senza la quale nessuno è mai condottiero” (riportata in Silvestri, Isonzo 1917, cit., p. 93).

 

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