Roma, 12 lug – Tra due ragioni in conflitto, è l’autorità a fare la verità. Così si potrebbe parafrasare una delle linee guida del pensiero politico di Giuseppe Rensi (1871-1941), di cui recentemente i tipi de La Vita Felice hanno ripubblicato il provocatorio Principi di politica impopolare (260 pp., €14,50), raccolta di articoli polemici scritti nel biennio caldo 1919-1920.

principi-di-politica-impopolare-238439Dunque il filosofo scettico e “bastian contrario” assegnava al vincitore la forza d’imporre la propria verità, che poi si sarebbe inevitabilmente tradotta in legge. E proprio a partire da questo presupposto egli osservava l’agitazione bolscevica che negli anni del primo dopoguerra sconvolgeva l’Italia con proteste, aggressioni e provocazioni di ogni genere.

Rensi, dalla sua torre di anarchico reazionario ed eterno inattuale, denuncia dunque le contraddizioni di un movimento che minaccia con la violenza secondo un preciso progetto politico l’esistenza della borghesia produttiva e l’ordine civile. Prima di molti altri, egli seppe cogliere gli aspetti più incoerenti di una dottrina sociale che finiva per esaurirsi in un ideale totalmente economico.

Tra tutti vale la pena ricordare l’internazionalismo comunista che, non riconoscendo una nazione sola come riferimento della propria politica, finiva col fare proprio l’interventismo globale di stampo wilsoniano: un tratto di comunanza non trascurabile tra Usa e bolscevismo.

Profondo conoscitore di Schopenhauer, Nietzsche e Spengler, il filosofo veronese poi stabilitosi a Genova aveva fatto sua una visione ciclica della storia, un eterno divenire in cui tutto si rinnova e si ripete senza posa nella tragedia del tempo: «La storia è infatti sempre novità e sempre ripetizione […] il suo moto è un moto che è stasi» (La filosofia dell’assurdo, Adelphi). E come altri in quegli stessi anni, Giuseppe Rensi interpreterà il suo tempo come l’inequivocabile periodo di decadenza in cui si combatte la lotta per la rigenerazione storica.

Ma se a fare largo uso della violenza politica è solo una delle parti in causa, la vittoria della barbarie rossa sarà inevitabile al cospetto di una società infiacchita e di un’autorità politica lassista e inetta. I toni si fanno cupi, quasi spengleriani: «La dominazione operaia sarà dunque la barbarie in tutti i sensi, culturale, intellettuale, morale. Essa segnerà il ritorno di una di quelle età nere, torbide, aggrovigliate, confuse, d’uno di quegli “alti Medioevi”, insomma, in cui va necessariamente a finire ogni ciclo storico che, come il presente, imputridisce e si sfascia» (p. 186).

Nel bagno di sangue che Rensi vede apparecchiarsi per la società borghese e per la monarchia – forse ultimo pilastro di autorità rimasto nell’Italia di allora – infine potrà anche sorgere la salvezza necessaria a risollevare una civiltà morente provocando il ritorno a una dimensione primigenia, aurorale: «Occorre dunque un crollo universale che risani l’ambiente. […] verranno a infrangersi le complicazioni e si precipiterà una nuova volta in una forma di vita di semplicità elementare» (p. 227).

email mascheroni - mascheroni -Nella lotta tra verità contrapposte il filosofo scettico non cerca infine la più vera o la più giusta, ma finisce col ricercare solo quella forza, pure barbarica e violenta, che possa in ultimo imporre un crisma di autorità politica. «La nostra società ha un bisogno essenziale. Ed è quello di un principio di autorità che la disciplini» (p. 245).

Dal relativismo delle parti in lotta emergerà vittorioso il Fascismo, rappresentante dell’eroismo delle trincee, del movimentismo fiumano e futurista e delle classi produttive nazionali. Giuseppe Rensi, amico di lunga data di Mussolini, aderirà per alcuni anni al regime per poi distaccarsi in polemica con Gentile e per la repressione contro la massoneria, a cui era iscritto. Animo inquieto, forse riteneva che il regime dovesse mantenere vive le sue radici rivoluzionarie e anarchiche del ‘19, portando fino in fondo la rivoluzione.

Questo autore prolifico, originale e profondo rimase ai margini della cultura dell’epoca, finendo con l’isolarsi anche volontariamente dalle tendenze filosofiche dominanti. Scettico, ribelle, individualista e conservatore, Giuseppe Rensi fu sempre nemico del suo tempo per una necessità filosofica che sfociava non di rado in un impulso mistico potentissimo.

Francesco Boco

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