Heidegger, il nazismo e l’antisemitismo: un “non caso” che si riapre

heideggerRoma, 17 dic – Il principio del ne bis in idem (nessuno può essere processato due volte per lo stesso reato) sembra avere qualche difficoltà a trasmigrare dal diritto penale al dibattito filosofico, almeno a giudicare dall’ennesimo “caso Heidegger” che sembra profilarsi all’orizzonte.

Galeotti furono i Quaderni neri (proprio così, Schwarzen Hefte. Ovvero: quando uno se le cerca…). Si tratta di una raccolta di scritti risalenti a un periodo che va dal 1931 al 1946, per un totale di 1200 pagine, che a marzo verranno resi noti al grande pubblico, secondo le scadenze rigorose che regolano il destino editoriale del lascito heideggeriano dettate dal filosofo stesso prima di morire. Peter Trawny, professore dell’Università di Wuppertal, è uno degli esperti che hanno avuto il compito di revisionare gli inediti. Dopo aver letto gli Schwarzen Hefte ha buttato giù una requisitoria filosofica che sta per essere pubblicata e che ha fatto correre un fremito lunga la spina dorsale degli heideggeriani di tutto il continente: si tratta di un saggio di una sessantina di pagine intitolato Heidegger: i Quaderni neri e l’antisemitismo istoriale.

Tutta l’attenzione si focalizza sulla quindicina di volte in cui il filosofo si riferirebbe apertamente al giudaismo, criticando degli ebrei la «facoltà di calcolo», il loro «dono accentuato per la contabilità», la loro « tenace abilità a calcolare», lo «sradicamento fuori dall’Essere» che viene dal «giudaismo mondiale», la «assenza di terra» degli ebrei etc. È presente non di meno una «precisazione destinata agli asini: queste note non hanno nulla a che vedere con “l’antisemitismo”. Il quale è così insensato e così abietto…».

Ce n’è abbastanza per riaprire il processo ma non per venirne a capo. Il dibattito in merito rischia infatti di essere più estenuante delle ostinate ricerche etimologiche dello stesso Heidegger, che pure era capace di tirarla lunga per paginate intere solo nell’intento di tradurre un aggettivo.

Ma questa è la storia di tutto il caso Heidegger. A cominciare dall’autodifesa dello stesso, già nel 1945, con Il rettorato 1933/34, un tentativo di chiarimentoHeidegger1 circa il suo impegno a Friburgo nei mesi successivi alla presa del potere di Hitler i cui contenuti sono del resto ribaditi nella celebre intervista postuma allo Spiegel. Qualche tentativo di “contestualizzazione” ma nessun pentimento. Scrivendo a Marcuse negli stessi anni, Heidegger argomenterà di aver visto in Hitler «una via d’uscita del Dasein occidentale dai pericoli del comunismo», attaccando coloro che «giudicano l’inizio del movimento nazionalsocialista dai suoi esiti» e rilanciando con l’appello alle violenze subite dai tedeschi dell’est in seguito all’occupazione sovietica.

Uscito dalla porta tedesca della filosofia, del resto, Heidegger rientrerà dalla finestra francese, idolatrato da quei giovani filosofi d’oltre Reno che, assicurava lui, quando volevano pensare veramente dovevano farlo in tedesco, ovvero in heideggeriano stretto. In Italia è stato Gianni Vattimo l’assertore dell’esistenza di una potenzialità emancipativa racchiusa in Essere e Tempo. Se l’Essere non “è”, ma “si dà”, chi pretende di parlare per suo conto fa un po’ come quei coatti che vogliono risolvere le risse in discoteca millantando frequentazioni nella mala locale. Bullismo metafisico, insomma. Chi dice di essere amico dell’Essere, però, fa solo lo sbruffone: in realtà non conosce nessuno, quindi non rimane che dialogare ad armi pari (che non è esattamente quel che accade nelle risse in discoteca). Bontà sua, Vattimo riconosce comunque l’esistenza di almeno una doppia lettura politica dell’heideggerismo e spiega – nell’introduzione a La scrittura e la differenza di Derrida – che «si può parlare, riprendendo, non del tutto arbitrariamente, la terminologia applicata alla scuola di Hegel, di una destra e di una sinistra heideggeriane»: la mistica della Selva nera da una parte, l’oltrepassamento della metafisica dall’altra. È una supercazzola: in realtà esiste solo un Heidegger “di destra” e uno “fascista”, quello di sinistra se lo sono inventati di sana pianta.

heidegger (1)La lettura progressista di Heidegger subisce uno choc sul finire degli anni ’80, quando Victor Farias, ex studente cileno del filosofo, tira un sampietrino sulla vetrina dell’heideggerismo redento. È Heidegger e il nazismo, che indaga senza sconti il rapporto fra il filosofo e il regime. Oltre a ricordarci che Heidegger pagò regolarmente la sua quota di iscrizione annuale alla Nsdap fino al 1945, Farias riconduce il filosofo nell’alveo del “nazismo di sinistra” delle Sa, spiegando quindi il suo isolamento degli anni ’30 come un effetto collaterale della Notte dei lunghi coltelli.

L’intellighenzia corre subito a ripari. Uno dei frutti più deliranti del collegio difensivo permanente del filosofo è la raccolta degli Scritti politici curata da François Fédier, in cui L’autoaffermazione dell’università tedesca – il celebre discorso di rettorato – diventa L’Università tedesca salda in se stessa verso e nonostante tutto mentre la frase «che le regole del vostro essere non siano né formule dottrinali né “idee”. Il Führer stesso, lui solo è la realtà tedesca di oggi» diventa la prova che il filosofo «si impegnò sì per Hitler – ma non per il programma o per la visione del mondo nazista». Il “Sieg Heil” più volte pronunciato da Heidegger viene del resto spiegato come un invito alla pace, partendo dal presupposto che ancora oggi gli sciatori si salutano con “Ski Heil”.

 

La controreplica arriva da Emmanuel Faye, che studiando i seminari inediti del 1933 e del 1935 arriva alla conclusione che quella di Heidegger è solo L’introduzione del nazismo nella filosofia, facendo del “filosofo” (che Faye mette appunto tra virgolette: il “philosophe” Heidegger, la “philosophie” heideggeriana…) neanche più un pensatore nazista ma un nazista tout court che andrebbe espunto dalla storia della disciplina di Platone e Kant. La ricerca è minuziosa, viziata però dall’eccesso di zelo. La schematizzazione degli assi poetici portanti de Il Reno di Hölderlin diventa così una cripto-svastica mentre un verso del poeta romantico che parla del fuoco e che è citato in un corso del 1942 viene giudicato «tragicamente inquietante» perché in quell’anno «il fuoco che crepita e s’innalza è quello dei campi di stermino: Belzec, Sobibor…».

Nuovo affondo, nuova offensiva filo-heideggeriana: il solito Fédier controbatte con un pamphlet secco: Heidegger, à plus forte raison. Ma anche Vattimo

Slavoj Žižek

Slavoj Žižek

torna nella mischia, affermando che «Heidegger, con la sua adesione al nazismo ha fatto un’azione coraggiosa. […] È sceso in campo, ha realizzato la sua personale idea di intellettuale engagé. Che poi fosse un’idea sbagliata è un’altra storia. Ma si è sporcato le mani». Ragionamento che è alla base dell’entrata a gamba tesa di Slavoj Žižek, il quale sostiene che «Heidegger è “grande” non malgrado, bensì grazie al suo impegno nazista».


Insomma, non se ne esce. La verità è che questa versione travagliesca della filosofia, questa morbosità gossippara che porta a sfogliare verbali in cerca di “prove” e “collusioni” è del tutto fallace. La lavagna dei buoni e dei cattivi funziona male per decifrare la storia, malissimo per capire qualcosa di filosofia, che del resto vede la parte dei cattivi affollarsi di nomi (con Popper che fa il capoclasse). Ci si può anche aggrappare alle vestigia di una morale poliziesca per darsi un tono nella vita, basta sapersi ricordare che la realtà funziona decisamente in un altro modo. Detto altrimenti: «Heidegger è certamente un grande filosofo che è stato anche, al contempo, un nazista tra i tanti. Questo è quanto. Che la filosofia si arrangi!» (Alain Badiou).

Adriano Scianca

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