guerra etiopiaRoma, 18 ago – Si è affermato che vennero usati anche proiettili a gas sparati dai pezzi da 105/8, secondo il sistema in uso nella guerra del 1915- 18.

Va ricordato che all’epoca i gas non erano considerati una mostruosità, ma quasi come un’arma più umana e meno crudele di quelle convenzionali.

Per chi era uscito dalla prima guerra mondiale i gas erano un’arma come un’altra, ed addirittura preferibile ad altre, in quanto poteva fiaccare il morale avversario senza essere necessariamente sempre letale[1].

Il generale Fuller, uno dei maggiori innovatori britannici in campo strategico scriveva nel 1923 nel suo The Reformation of War:

…uccidere non è l’obbiettivo della guerra. Se quest’assunto è accettato, allora, dal momento che un bagno di sangue è antieconomico, un tentativo dev’essere certamente fatto per sviluppare quei mezzi che possano costringere un avversario a modificare la sua politica sconfiggendo il suo esercito senza spargimento di sangue. La guerra dei gas ci consente di farlo, in quanto non c’è nessuna ragione per cui i gas impiegati come armi debbano essere letali (…) Il gas… è per eccellenza l’arma della demoralizzazione, e poiché può terrorizzare senza necessariamente uccidere, più di ogni altra arma conosciuta può servire ad imporre in modo economico la volontà di una nazione ad un’altra.

Non furono solo gli italiani ad usare aggressivi chimici. Gli inglesi usarono i gas nel 1931 a Sulainam, in Irak, per sopprimere il capo curdo Karim bey, reo dell’uccisione di due funzionari britannici e ancora nel 1935 in Afghanistan, lungo la frontiera con l’India, contro tribù pathane ribelli.

Va poi ricordato che una nave statunitense piena di aggressivi chimici venne affondata nel porto di Bari nell’ottobre del 1943 dalla Luftwaffe. Per una migliore comprensione storica il comportamento degli italiani in Etiopia andrebbe quanto meno contestualizzato nel quadro della condotta coloniale dell’epoca.

Angelo Del Boca si è spesso vantato d’esser stato il primo a portare a conoscenza del pubblico italiano l’impiego delle armi chimiche, ma ciò non risponde a verità.

Il Del Boca del resto può venire accusato di tante cose, dalla selettività nella scelta degli argomenti alla faziosità, ma certo non di falsa modestia: si pensi che giunse a scrivere, parlando del proprio libro del 1965, che avrebbe a suo dire suscitato ampi consensi da parte della stampa democratica [sic, per di sinistra e d’area comunista] e, di riscontro, la violentissima reazione degli ambienti nazionalfascisti (Del Boca 1984, p.432; subito dopo il giornalista piemontese cita opere di vari autori, quasi tutti di un solo orientamento). Si tratta di un passaggio autoreferenziale davvero inconsueto, per di più nel testo e non in una nota a piè di pagina, la cui lettura è assai istruttiva per comprendere il personaggio. Naturalmente Del Boca si guarda bene dal citare le critiche alla sua metodologia di ricerca ed alla selettività sulla scelta delle fonti e del loro utilizzo (si vedano le parole dedicate al giornalista da due storici professionisti, Luigi Goglia e Fabio Grassi nel loro Il colonialismo italiano da Adua all’Impero, Roma- Bari1981, p.425: e si tratta di autori certo non sospettabili di simpatie nazionalfasciste)

Che durante la guerra d’Etiopia si fossero usati i gas era invece noto già da prima dei lavori di Del Boca, malgrado le sue millanterie; basti citare la testimonianza di Paolo Caccia Dominioni sui bombardamenti sul Mai Tonquà del gennaio ’36. Intorno al giorno 22 gennaio sul Mai Tonquà, sotto l’Amba Tzellerè, l’aviazione aveva impiegato i gas asfissianti per la prima volta; testimonia Caccia Dominioni:

Gli aerei hanno avuto, se così si può dire l’ala pesante. E non soltanto con bombe e mitraglia. Numerosi cadaveri non portano tracce di ferite (…). Sono giunte, con gli ascari, anche squadre dette di disinfezione, specializzate. Hanno ordine di non perdere tempo questi seppellitori: debbono far scomparire subito le tracce di quanto è successo.

Giuseppe Bottai, tenente colonnello della divisione Sila, annota a sua volta nel proprio diario, alla data del 5 febbraio dello stesso anno:

(…) Precauzioni: non raccogliere le bombe inesplose dei nostri aeroplani, che si trovassero sul terreno e le schegge di bombe, che potrebbero essere ipritiche (…) [2] .

Circolavano inoltre fotografie scattate da soldati italiani di morti per i gas [3], che vennero sicuramente mostrate al ritorno dalla guerra ad amici e familiari in Italia.

Se realmente dunque gli aggressivi chimici fossero stati usati in maniera massiccia come preteso dagli etiopi e da certi storiografi se ne avrebbero molte più testimonianze, mentre molti soldati italiani poterono ignorarne l’uso in perfetta buona fede[4].

Ciò è ricordato anche da Luigi Goglia:

a questo proposito (il fatto che i combattenti ignorassero l’uso dei gas asfissianti) è stato notato da altri, ma anche chi scrive ne ha fatto diretta esperienza intervistando reduci di quella campagna, che l’uso dei gas era ignorato allora dai più (ancora oggi molti sono increduli)[5]

Basti dire che malgrado fotografie e filmati realizzati durante la campagna siano numerosissimi e ben noti, in nessuno è visibile un solo soldato italiano equipaggiato con portamaschere modello 1933 o 1935, cosa impensabile se davvero i gas fossero stati usati nelle quantità pretese dal giornalista novarese.

Anche il duca Luigi Pignatelli della Leonessa si era occupato dell’uso dei gas prima del giornalista novarese e con ben altra obiettività, scrivendo che:

Dobbiamo ritenere (e a Ginevra non lo smentimmo) che nel corso della campagna fu fatto talvolta uso, dai bombardieri italiani, di bombe all’iprite. L’impiego di questa terribile arma, che con altre simili e peggiori era stata largamente utilizzata da entrambe le parti belligeranti nella guerra 1914- 1918, fu limitato a particolari casi e se non mancò di avere effetto psicologico, fu ben lontano, come è ovvio, dall’agire risolutivamente sulle sorti della campagna. Sconsigliato a suo tempo dagli ufficiali esperti della guerra coloniale, fu, senza alcun dubbio, un inutile errore.

Un racconto anche sommario del conflitto italo etiopico, non può, in ogni modo, prescindere dal registrare obiettivamente il fatto, il quale non è destituito d’importanza[6] .

Come si vede, che i gas fossero usati non è certo una scoperta di Del Boca…

Il giornalista britannico Anthony Mockler, visto che non poteva attribuire ai gas italiani i massacri di cui si è favoleggiato, arrivò a scrivere nel suo Haile Selassie’s War, I, The War of the Negus, che

Il gas costituiva un grosso problema, ma causava più spavento che danni (…) Anche quando i gas arrivavano a contatto della pelle, le scottature potevano essere evitate. Ras Immirù aveva avvertito i suoi uomini di “lavarsi sempre”.

Addirittura nel suo pamphlet sulle guerre del Duce Denis Mack Smith (che il maggior storico del Risorgimento, Rosario Romeo, inserì nella categoria degli storici definiti Italy’s haters, lett. Odiatori dell’Italia) sulla base di due articoli di Del Boca, apparsi su Il Giorno del 12 e del 14 novembre 1968 arriva a scrivere di

…ordini espliciti di Mussolini che imponevano all’esercito di ricorrere se necessario, ad ogni mezzo, dal bombardamento degli ospedali all’impiego “anche su vasta scala di qualunque gas” e addirittura alla guerra batteriologica.

Va detto che Del Boca nelle sue opere ha avuto il buon senso di omettere accenni all’uso di armi batteriologiche, di cui l’Italia non disponeva. Programmi di ricerca in tal senso furono sviluppati dagli inglesi nel 1925 e dai giapponesi nel 1932; gli statunitensi iniziarono ad occuparsene nel 1941, e i tedeschi solo nel 1943[8].

Elementare buon senso che purtroppo è stato recentemente buttato nella spazzatura da giornalisti incompetenti in un pamphlet sulle armi non convenzionali usate dagli italiani.

Anche gli altri ordini citati dallo storico britannico non esistono: anzi, riguardo al bombardamento degli ospedali in un telegramma del Duce a Badoglio del 1 gennaio ‘36 si fa esplicitamente divieto di bombardare la Croce Rossa :

[V.E.] dia ordini tassativi perché impianti croce rossa siano dovunque e diligentemente rispettati: [9].

Mack Smith giunse a scrivere che Mussolini aveva deciso di attaccare l’Etiopia

riservandosi come obiettivi successivi l’Egitto e il Sudan e magari anche il Kenya.

Il che vuol dire credere che Mussolini fosse totalmente pazzo o non aver capito niente della visione sostanzialmente conservatrice della politica estera italiana sino alla guerra di Spagna; Mussolini temeva semmai che gli inglesi potessero attaccare dal Sudan le forze impegnate contro gli abissini, tanto che il 12 aprile del 1936 raccomandò a Badoglio di studiare eventuali misure difensive. Il Maresciallo incaricò di tale studio il gen. Babbini.

Si parlò dello studio delle possibilità di un’azione difensiva verso il Sudan come copertura per la missione di Badoglio e Lessona nell’ottobre del 1935, ma, come scrissero Indro Montanelli e Mario Cervi nel loro L’Italia littoria,

...De Bono (…) non era sciocco al punto di bere questa panzana.

Mack Smith evidentemente sì. (continua)

Pierluigi Romeo di Colloredo

(leggi qui la prima parte)

NOTE

[1] Filippo Cappellano, Basilio di Martino, La Guerra dei gas, Valdagno 2006, p.7.

[2] G. Bottai, Diario 1935- 1944, Milano 1982, p.8 6; il corsivo è di Bottai.

[3] Mignemi Immagine coordinata per un impero, Novara 1984, fig.269, 305, con didascalia sul retro colpito dalla liprite [sic].

[4] I. Montanelli, M. Cervi L’Italia littoria, Milano 1979, p.295.

[5] L. Goglia Storia fotografica dell’Impero fascista, Roma- Bari 1985, p.18 n.20.

[6] :Pignatelli, La Guerra dei sette mesi, Milano 1965, p.238.

[7] Mockler, A., 1972, Haile Selassie’s War, I, The War of the Negus, Oxford (tr. it. Milano 1977)

[8] D. Tschanz “A Short History of Biological Warfare”, Strategy and Tactics 216 (May/ June 2003)., pp.17 segg.

[9] DEPA, tel. Mussolini AO, segreto n. 005.

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