I fratelli Cioran da Codreanu al nichilismo

Emil e Aurel Cioran, insieme a Simone Boué, la sposa di Aurel e un'amica

Emil e Aurel Cioran, insieme a Simone Boué, la sposa di Aurel e un’amica

Roma, 29 mar – “Sono diventato immune a tutto, alle vecchie fedi come ad ogni fede futura”, scrive Emil Cioran al fratello Aurel, detto Relu, l’8 settembre 1946.

Emil è a Parigi dal 1937, Aurel è rimasto in Romania. Di “vecchie fedi” l’uno e l’altro ne sanno qualcosa. Entrambi sono attratti dal misticismo, ma quello di Emil, “cavaliere del malumore cosmico”, è un misticismo gnostico e nihilista, con un Dio che sbeffeggia gli uomini e con gli uomini che vanno all’assalto di Dio a colpi di irriverenza; Ariel, invece, nei primi anni Trenta, avrebbe voluto entrare in un ordine monastico ed Emil lo ha brutalemente dissuaso, “sfoderando tutto il suo vitalismo nietzschiano”.


Lo ricorda Massimo Carloni, curatore, insieme a Horia Cicortaş, dell’epistolario che raccoglie 237 lettere inviate da Emil a Relu tra il 1931 e il 1985 (Ineffabile nostalgia, Archinto, pp. 173, euro 18).

Ma a proposito di “vecchie fedi” c’è altro da dire. Infatti i due fratelli hanno condiviso una fiammeggiante passione per il fascismo rumeno di Corneliu Zelea Codreanu, un capo carismatico che avrebbe potuto realizzare la “trasfigurazione della Romania”. Ma mentre per Emil l’infatuazione per la Guardia di Ferro è durata poco, per Relu ha significato “fede, culto, militanza in prima persona” e, nel 1948, dopo un processo farsa, ha comportato la condanna a sette anni di carcere e ad otto di lavori forzati. E la stessa sorte è toccata alla sorella maggiore Virginia.

Ormai “immune” ad ogni fede, Emil sente profondamente gli affetti familiari. E lo dimostra nelle sue lettere con una nostalgiatenerezza quasi materna nei confronti dei congiunti. Da Parigi invia vestiario, cibi, libri.E medicinali, di vario genere, accompagnati da consigli medico-farmaceutici. Spedisce liquirizia “che fa bene alla gola e allo stomaco”, vitamina C, compresse di “Servitine”, “buona per prevenire l’influenza”. E siccome Reliu è, come lui, un malinconico incline alla depressione- entrambi sono stati “partoriti dell’umor nero” della madre Elvira- lo sprona a non lasciarsi andare, a fare lunghe camminate (“almeno dieci chilometri al giorno”), ad affidarsi alla cura del sonno (“il riposo pomeridiano è essenziale”). E, in una lettera datata 17 luglio 1980, lo ammonisce: “Il cervello va preservato…e, te lo ripeto ancora una volta, tenuto al riparo dal sole”.

Ma nell’epistolario non c’è solo il Cioran “brava mammina”. Ci sono, ad esempio, gli echi dei successi parigini dei suoi libri, perché il sulfureo scrittore, che ha abbandonato la lingua rumena e si esprime in un elegantissimo, scintillante, francese, comincia ad essere conosciuto e apprezzato. Comunque, alla crescente notorietà Emil reagisce con una sorta di sovrana indifferenza. E snobba i salotti, rifiuta i premi letterari, ha orrore della gente, accoglie malvolentieri chi bussa alla sua porta per conoscerlo e omaggiarlo, proclama: “ogni visitatore è un nemico”. Compresi quelli- dolenti e assillanti- che vengono dalla Romania. Del resto, non crede più che il suo paese possa avere un “destino”. Eppure… Eppure il legame con la terra d’origine non si spezza, tutt’altro. Grazie a Relu che evoca immagini dei paesaggi dell’infanzia- Răşinari, Sibiu, Şanta- e lo informa sulla sorte di familiari, amici e conoscenti. Suscitando in Emil la commozione del “tempo ritrovato” e dunque “un’ineffabile nostalgia” per il proprio Paese.

emil_cioran_1_6671Dopo quarant’anni di separazione, i due fratelli si rivedranno nell’aprile del 1981 a Parigi. Aurel , che si porta dentro un vasto “immaginario”, è affascinato dalla città e dalla sua atmosfere. Sono anni, invece, che Emil detesta la capitale francese: “c’è troppa gente, troppe macchine, troppo fumo, molta puzza”. Così spesso si rifugia a Dieppe. Ed è proprio da Dieppe che nel 1982 scrive al fratello: “ (…) Ho fatto un salto fino adAmsterdam: una città che mi piace alla follia, soprattutto per il quartiere con i bordelli (…). Mi occupo di inezie, poiché non credo in nulla. Se per miracolo dovessi ricominciare la mia vita, mi occuperei solo ed esclusivamente di ‘dămuri’ (donne), oppure studierei il sanscrito, essendo la filosofia indù quanto di più profondo e audace sia stato creato dall’uomo”.

Un’altra vita? Un’altra illusione. Nei primi anni Novanta, Emil precipita nel baratro dell’Alzheimer. Impossibilitato a camminare e costretto su una sedia a rotelle, è assistito da Relu.

Una “botta di vita”, in un certo senso, perché i due fratelli passeggiano per i viali dell’ospedale, rievocano insieme gli anni dell’infanzia e sghignazzano allegri, alla faccia delle “vecchie fedi”, dei disincanti e della morte.

(articolo uscito su Libero del 28 marzo 2015)

Mario Bernardi Guardi

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