nietzRoma, 15 ago – Oswald Spengler ha detto una volta che Nietzsche divenuto milionario al casinò di Montecarlo è un pensiero impossibile da formulare, poiché il destino non fa di questi errori. Ancor più improbabile è l’immagine dell’autore dello Zarathustra che esce dal suo albergo di Sils Maria fra due ali di fotografi, dribblando le domande impertinenti su Lou Salomé e infilandosi in fretta nella carrozza.

Nella mitologia e nell’automitologia nietzscheana, l’essere remoto ai contemporanei è un dato costitutivo, non accidentale. In special modo per quel che riguarda i giornalisti, che del resto ricambieranno ampiamente l’antipatia, ignorando le sue opere dopo qualche perplessa attenzione iniziale verso l’allora giovane promessa della filologia.

All’odio di Nietzsche per i giornalisti è dedicato il godibile libretto antologico Astenersi dai giornali (Albo Versorio, Milano 2015, pp. 63, € 4,90). Il risultato è un vero florilegio del disprezzo, una raccolta di taglienti stilettate contro la stampa, i giornali, i giornalisti, i lettori, una delle più radicate e perduranti idiosincrasie nietzscheane.

“Non leggo più i giornali”, si lascia sfuggire in un paio di lettere, a segnalare la sua irriducibilità rispetto allo spirito del tempo, ma non è vero: a quella che definirà la “preghiera quotidiana del giornale” il filosofo non riuscirà mai a rinunciare sul serio. In compenso – e qui sarà decisamente più coerente – non scriverà in tutta la sua vita un solo articolo: “Nego ac pernego”, sarà la risposta affidata a Rhode quando a Lipsia gli proporranno di scrivere una critica musicale.

E integralmente dedicata alla stampa doveva essere una delle Inattuali progettate e mai portate a termine. Cosa c’è di sbagliato nei quotidiani? Tutto, praticamente. Nietzsche tuona contro “l’odiosa atmosfera della stampa giornalistica”, il loro strepitio “quasi insopportabile”, lancia strali sul “letamaio giornalistico”, ne deplora il linguaggio prosaico, i contenuti, le pretese veritative, l’influenza sulla cultura e sui tedeschi.

Di questi ultimi diceva. “I tedeschi hanno inventato la polvere da sparo – tutto il mio rispetto! – ma poi hanno subito pareggiato inventando la stampa”. Giornalismo è per Nietzsche la democrazia applicata alla cultura. “Sono avverso al socialismo, perché sogna in modo affatto ingenuo le idiozie del gregge sul ‘buono vero bello’, e i diritti uguali; al parlamentarismo e ai giornali, perché essi sono i mezzi con i quali l’animale del gregge si fa padrone”.

Non a caso, il curatore dell’antologia, Paolo Scolari, fa opportunamente ricordare come nella stessa epoca Marx e Engels esprimessero giudizi ben diversi. Per i due filosofi comunisti, i giornali erano infatti efficaci vettori degli ideali rivoluzionari, strumento di accrescimento culturale e di indottrinamento politico delle masse. È probabilmente per lo stesso motivo che Nietzsche invece li odiava.

L’attacco alla stampa è infatti solo un capitolo della più generale dimensione politica – in senso ampio – della predicazione nietzscheana, anche nei suoi aspetti più sulfurei. È il caso, per esempio, della conferenza del febbraio 1870 su Socrate e la tragedia, la cui chiusa originale recita: “Questo socratismo è la stampa ebraica: non dico una parola di più”. Sarà solo grazie ai suggerimenti, peraltro puramente “tattici”, di Cosima Wagner che “la stampa ebraica” diventerà nella versione definitiva “la stampa odierna”.

Solo nei biglietti della follia, quando celebrerà la sua immaginaria rivincita sulla sua epoca, cederà alla vanità di millantare credito giornalistico. “Naturalmente, sono in stretti rapporti con il Figaro, scriverà infatti nella seconda lettera spedita a Burckhardt, il 5 gennaio 1889. Aveva iniziato la stessa missiva con un incipit famoso, bellissimo e struggente: “Caro professore, alla fine sarei stato molto più volentieri professore a Basilea che dio”. Un uomo costretto a essere un dio: eppure sarebbe stato uno scoop eccezionale.

(articolo uscito sul Foglio del 14 agosto 2015)

Adriano Scianca

 

 

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