Hegel_portrait_by_Schlesinger_1831Roma, 12 dic – Ma quanti maghi ci vogliono per fare un filosofo? Viene da chiederselo leggendo il bel libro di Gleen Alexander Magee su Hegel e la Tradizione Ermetica pubblicato in questi giorni dalle edizioni Mediterranee.

Magee, docente in un campus new yorkese, ricostruisce in maniera davvero enciclopedica il retroterra “esoterico” del pensiero hegeliano. Non deve stupirci se il massimo filosofo dell’idealismo ha lasciato innumerevoli tracce di pensieri “esoterici” nella sua opera. In effetti non si comprenderebbe la grande cultura tedesca se si recidessero i rami del sapere esoterico in essa innestati: pensiamo a Bohme e a Paracelso, ma anche a teologi come Eckhart e filosofi rinascimentali come Nicola Cusano.

Hegel concepisce la Natura intera come frutto di un Pensiero Divino originario (quel pensiero che egli esplora nella Logica). E concepisce la storia come un cammino che tende all’autocoscienza assoluta: qualcosa di molto simile al traguardo di tutte le grandi tradizioni spirituali, l’illuminazione. A mio avviso sarebbe necessario un secondo volume dopo quello che studia il nesso tra ermetismo ed hegelismo: un volume che mostri le analogie tra l’idealismo e le metafisiche dell’India, come lo Shivaismo. Il mio grande maestro di pensiero, Pio Filippani-Ronconi nel suo intervento in Testimonianze su Evola, mostrava con autorevolezza la concordanza tra le idee (pur sempre astratte) della filosofia idealista e le esperienze spirituali che tradizioni dell’Oriente come lo Yoga, il Vishnuismo, lo Shivaismo proponevano ai discepoli.

Tra i tanti autori ermetici della tradizione occidentale che Hegel sembra aver frequentato un posto particolarmente importante spetta a Gioacchino da Fiore, maestro di pensiero mistico del Medio Evo in odore di eresia, ma che Dante con sicuro intuito esoterico pone in cielo nel paradiso: “E lucemi da lato / il calabrese abate Gioacchino / di spirito profetico dotato”.

Gioacchino da Fiore aveva profetato appunto una futura “età dello Spirito”. A suo avviso la storia dell’umanità era scandita in tre grandi fasi: l’età del Padre, l’età del Figlio e l’età dello Spirito. L’età del Padre era quella dell’antico Dio del Cielo (Jahvè nella Bibbia, ma potremmo anche dire Zeus-Pater o Juppiter, dio padre celeste); l’età del Figlio è quella annunciata da Virgilio nella profezia del Puer, dagli Orfici nell’avvento del Quinto Signore Universale figlio di Zeus, e storicamente incarnata nel Cristianesimo, religione del Figlio di Dio morto e risorto. L’Età dello Spirito è di là da venire, proiettata in un futuro che la storia europea sembra inseguire.

Questa concezione triadica del tempo storico la troveremo in tanti altri pensatori europei. Oswald Spengler nel Tramonto dell’Occidente ha dimostrato che essa è una tipica concezione del mondo dell’uomo “faustiano”, ovvero è tipico della civiltà nata nel Medio Evo dalla wanderung germanica. L’uomo faustiano, che succede all’uomo antico appartenente alla civiltà “apollinea” greco romana, vive completamente immerso nella storia e spesso concepisce la storia secondo ritmi di sviluppo triadici. Aggiungiamo noi: mentre l’indoeuropeo antico esprime nella religione e nella concezione delle caste l’ideologia tripartita, l’europeo moderno coglie questa tripartizione nella dimensione del tempo e nel mondo storico.

Anche in Hegel è così: una filosofia che scandisce la storia in maniera “tripartita”. Anche in Russia si concepisce la storia secondo il ritmo triadico della Prima, Seconda e Terza Roma. Il monaco Filofej nel 1510 dice allo czar Vasilij III: “Tutti gli imperi della cristianità sono uniti in te (Vasilij III), poiché due Rome sono cadute, la terza esiste e non ce ne sarà un quarta […] La prima Roma é collassata a causa delle sue eresie, la seconda Roma é caduta vittima dei turchi, ma una nuova, terza Roma è sorta a nord, illuminando l’universo intero come il sole”. Sarebbe interessante studiare gli eventuali collegamenti sottili tra la concezione di Gioacchino da Fiore dell’età dello Spirito e la concezione russa di Mosca – Terza Roma.

Quel che è certo è che Hegel leggeva con interesse Gioacchino da Fiore, come dimostra Magee; e che la dottrina di Mosca III Roma passa a Fedor Dostoevskij e che, traducendo per primo in lingua tedesca Dostoevskij, Arthur Moeller van den Bruck forgia quella che Evola avrebbe chiamato “la nuova concezione germanica del Terzo Regno” …

Alfonso Piscitelli

Gleen Alexander Magee, Hegel e la Tradizione Ermetica, Le radici occulte dell’idealismo contemporaneo, a cura di Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco, introduzione di Massimo Donà, Mediterranee, Roma, 2013, pp. 328, € 24,50

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