In direzione ostinata e contraria: De André a 15 anni dalla morte

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Roma, 14 gen – Quindici anni fa all’Istituto dei Tumori di Milano si spegneva, o come avrebbe detto lui in maniera più poetica, “evaporava in una nuvola rossa”, il cantautore genovese Fabrizio De Andrè. Nato da una famiglia di estrazione borghese e formato nell’istruzione dal collegio dei Gesuiti di Genova, fin da giovanissimo si è trovato davanti ad una strada che sembrava già delineata in partenza, come lo fu effettivamente per il fratello avvocato, e se così fosse stato noi oggi non avremmo nulla di cui scrivere e molto da rimpiangere, poichè di avvocati ne è pieno il mondo ma sarebbe mancato uno dei più lucidi interpreti del nostro presente.

Certo è che in quindici anni dalla sua scomparsa su De Andrè è stato detto tutto e il contrario di tutto, da chi ne ha voluto fare un alfiere del moralismo a chi lo ha dipinto come un becero misantropo, fino a chi ne ha fatto un personaggio da vetrina politica buono per ogni stagione, probabilmente senza realmente cogliere l’essenza della sua intera opera musicale. In quindici anni di imperialismo culturale alle nuove generazioni è stato tramandato un De Andrè svuotato di ogni contenuto, sterile, politicamente corretto e appannaggio esclusivo di quella forcaiola intellighenzia radical chic che lui stesso tanto detestava.
Lo hanno fatto in questi quindici anni per non concedergli il diritto di replica che lui avrebbe sfruttato alzandosi e abbandonando la corte degli adulatori della casa in Gallura per rinchiudersi in un capanno degli attrezzi con una chitarra e una bottiglia di Jack Daniel’s fino al mattino seguente a comporre Amico Fragile, vero e proprio manifesto del rifiuto di una società dell’apparenza che ha potuto ingabbiarlo solo da morto.

Forse il segreto per capire realmente una figura così complessa e liberarla finalmente dalle etichette imposte è proprio invertire gli schemi e cominciare a dire cosa De Andrè effettivamente non era: non era un arbitro di comportamento né un inquisitore. Non un ateo ma un più profondo interprete della religiosità. Non uno scettico giudice dell’umanità ma semplicemente un umile conoscitore di essa.

Nei suoi album De Andrè ha voluto analizzare a fondo le realtà che fino a quel momento nessuno aveva avuto mai il coraggio di affrontare, trovando negli ultimi e nei reietti la sfida a quei dogmi imposti dalla censura della morale comune. Le prostitute, i ladri e gli assassini della sua Genova sono i veri protagonisti dei testi, mai giudicati nè assolti ma semplicemente descritti da un punto di vista più umano, perchè “se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”. Il trasporto di Faber nell’immedesimarsi con i personaggi delle sue canzoni è forse l’unica chiave di lettura da adottare, tenendo ovviamente conto di un retroterra culturale che ha accompagnato l’autore genovese lungo tutta la sua carriera: da Brassens a Edgar Lee Masters, dai trovatori francesi a Cohen, da Elliot a Pound e Cecco Angiolieri, mantenendo comunque un’originalità e una semplicità descrittiva che fosse accessibile a tutti.

Un altro tema che ha accompagnato la sua produzione è proprio quel concetto trasversale di rivoluzione, da quella sociale di “Storia di un impiegato” a quella religiosa de “La buona novella”, senza tralasciare un velo di critica verso quella morale sessuale che cominciava a subire i primi duri colpi durante la nascita dei movimenti sessantottini europei.

Un ’68 con il quale De Andrè ha avuto un rapporto travagliato, avendolo visto nascere con entusiasmo per poi allontanarsene con un amaro disincanto, dal momento che sarà proprio quel movimento a cedere ai primi ammiccamenti della nuova borghesia.

Ecco a questo punto la parte più difficile di tutte: la chiusura di questo omaggio a Fabrizio. Non darò un giudizio perchè sarebbe un’incoerenza a quanto scritto finora, e poi figuratevi se siamo noi a poterci permettere di dare una patente di legittimità a chi a pieno diritto può considerarsi uno dei maggiori pensatori del nostro tempo. Così la chiusura la lasciamo proprio a lui, prendendo un estratto della lettera che scrisse all’amico toscano poco prima di morire.

“E’ probabile che qualcosa ai posteri l’abbia lasciato, anche se ci rimarrei male a scoprire che uno studente del 2300 ha preso 4 ad italiano per aver risposto che sono nato nel 1943 e non nel 1940 (ma che cazzo di differenza fa?). Insomma, non posso dirti che mi diverto ad andarmene, e nemmeno che l’idea di incontrarmi con quel Dio così bislacco non mi intimorisca, ma ti garantisco che dentro di me mi sento quasi sereno. Tu dici che con me se ne va un amico ed un’epoca, io ti rispondo che un amico non se ne va mai e le epoche, più che le persone, le fanno i sincretismi di eventi storici ed utopie terrestri. Neanch’io avrei cantato di impiccati, derelitti e Vangeli apocrifi se non ci fosse stato al tempo – il mio tempo – un’aria diversa, non dico pulita e salubre, ma sicuramente diversa. Magica e retorica, ecco, magica e retorica può andare, perchè allora sognavamo, d’accordo, ma spesso sognavamo male.[…] Anche per questo dico che i miei anni li ho ben spesi, credimi, ai blocchi di partenza una vita così l’avrei firmata ad occhi chiusi. Potresti dirmi che di sigarette ne avrei dovute trasudare meno ma, sai com’è, ci vorrebbe poco a risponderti che senza nicotina, senza notti insonni e senza quel pizzico di cirrosi da viticultore troppo dedito alla sperimentazione del proprio prodotto, forse non avrei scritto niente, è evidente, il solito cane che si morde la coda. Che poi, e questo già lo sai, vivere la contemporaneità degli artisti che si amano, intendo il vederli in diretta, se dà la fortuna di poterli respirare di persona, ha pur sempre il difetto non trascurabile del soffrirne epidermicamente la scomparsa, come capita a te e non solo a te.”

Michele De Nicolay


 

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