interstellar-nolanRoma, 27 dic – È la nostalgia degli emozionanti tempi dei “navigatori e trasmigratori” a muovere l’animo inquieto di Joseph Cooper, ex astronauta protagonista dell’ultimo film firmato Christopher Nolan, Interstellar. La storia ha inizio in un futuro non troppo lontano, dove la crescita demografica incontrollata e l’inquinamento hanno provocato l’inaridimento della terra e un’inesorabile diminuzione della popolazione umana e animale. La “piaga”, un parassita che colpisce le coltivazioni seccandole e uccidendole, ha costretto gli esseri umani a nutrirsi unicamente di granoturco.

In questa terra desolata in cui il deserto avanza e la sabbia si insidia in ogni angolo della casa, Joseph ha dovuto a malincuore ripiegare sulla professione di agricoltore, rinunciando ai viaggi nello spazio compiuti quando era nella Nasa. Il mondo messo in scena dal regista è pervaso da una forma di negazionismo contro la scienza e la tecnologia, colpevoli di aver causato la catastrofe climatica che attanaglia quel che rimane della specie umana. Cooper esprime il suo disappunto rimpiangendo i tempi dei pionieri e degli esploratori, manifestando la sua insofferenza per uno stile di vita che non gli appartiene.

Sin dalle prime battute il film traccia una sorta di linea di demarcazione tra coltivatori ed esploratori, quasi si trattasse di una specie di dualismo primitivo. Da questo punto di vista Cooper appare sin dal principio come l’eroe faustiano di ascendenza goethiana, intrappolato in una realtà troppo piccola per la sua sete di conoscenza. La ribellione di pensiero e azione messa in campo dal protagonista è implicitamente la spinta a un qualcosa d’altro e di ulteriore che può attendere l’essere umano, se solo saprà e vorrà farsene carico. Una questione che è peraltro di scottante attualità: «Oggi, conosciamo certo “affinamenti”, ritocchi, implementazioni, messe a punto, razionalizzazioni. […] Realizzazioni certo importanti, ma che rispetto a quanto sopra ricordato (invenzioni tecnologiche e innovative creazioni dell’ingegno – ndr) qualcuno potrebbe considerare l’opera di nani ritti sulle spalle di giganti» (S. Vaj, Ritorno sul promontorio dei secoli in Divenire n. 3).

Matthew-McConaughey-In-Interstellar

È l’eterno e inesauribile dilemma della tecnica e della scienza in rapporto all’uomo. Da un lato il rifiuto terrorizzato, dall’altra un atteggiamento di tragica accettazione della sfida. La tecnica insomma non è solo un qualcosa di distruttivo attraverso cui dominare l’ambiente circostante, ma può divenire strumento di evocazione di energie nascoste e di creazione e potenziamento della vita. «Alla volontà-senza-scopo può succedere la volontà dotata di progetto» (G. Faye, Per farla finita col nichilismo, SEB).

Queste problematiche sottendono l’attitudine di Cooper attraverso tutta la pellicola. Quando accetterà di prendere parte alla missione Lazarus su invito del professor Brand, egli non farà altro che portare alle estreme conseguenze i presupposti della sua visione dell’uomo e del mondo. Joseph assume i tratti tragici di un novello Cristo nel tentativo universalistico di salvare l’umanità, ma pure quelli più propriamente eroici di un Ulisse interstellare, sempre attratto dal richiamo della patria natia.

La spedizione dell’Endurance e il suo equipaggio ha il compito di verificare la possibilità di vita umana su altri pianeti, raggiunti dalle precedenti missioni di

Christopher Nolan
Christopher Nolan

avanscoperta. Cooper e gli altri attraverseranno un buco nero (wormhole) che li condurrà in una dimensione spazio temporale alternativa, nella ricerca di un nuovo mondo su cui impiantare la vita umana. Le cose non andranno bene e il protagonista si smarrirà nello spazio aperto per qualche giorno, equivalente però a un’intera vita umana sulla terra. Quando riuscirà fortunosamente a fare ritorno, Cooper si troverà al cospetto di sua figlia oramai nonna, lui che è invece rimasto giovane quanto il primo giorno di partenza.

Interstellar pone lo spettatore davanti a un paradosso non solo spaziale, ma anche temporale. L’intera prospettiva di un padre che parte per salvare in primo luogo i suoi figli, si rovescia nel finale in quella di un uomo senza terra e senza più figli. Uscito come rigenerato dalla caduta nel vuoto sidereo, Cooper attraversa le tre dimensioni per aprirsi a una più vasta e complessa comprensione dell’universo e dell’uomo. È da quel momento in poi che l’enigma heideggeriano del tempo tridimensionale e sferico in qualche modo si dipana: «Il tempo autentico è la vicinanza del triplice offrirsi diradante unificato nell’essere presente di presente, essere-stato e futuro. Il tempo autentico ha già raggiunto l’uomo come tale, nel senso che egli può essere uomo solo stando-dentro nel triplice offrirsi e stando-esposto alla vicinanza che rifiutando-serbando lo determina» (M. Heidegger, Tempo e essere, Longanesi).

Futuro e passato sono sempre presenti, il passato confluisce nell’atto presente che genera il futuro. Nelle molteplici prospettive del prisma il tempo acquisisce le tre dimensioni primarie (avvenire, passato, attualità), ma al contempo diventa reale, la storia si fa e-vento, il farsi incontro del senso.

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Cos’è la verità? Certo non qualcosa di oggettivo, cioè staccato da (qualsiasi) osservazione umana; la verità è l’attualità di una prospettiva, di una interpretazione. Ecco quindi che la visione abissale di Cooper, in cui ogni istante collassa e si fa infinito, altro non è che espressione di una volontà umana, sovra-umana, di comunicare tale verità.

Non vi è contraddizione se si esce dal piccolo razionalismo di tutti i giorni. Christopher Nolan lo sa e viaggia sul rasoio del paradosso, utilizzando immagini come fossero concetti e trasmettendo intuizioni di cui forse non conosce fino in fondo le profonde implicazioni. Superate le barriere di tempo e spazio il protagonista comunica con il se stesso del passato attraverso la forza di gravità. Questa forza, che altro non è se non la concretizzazione della tridimensionalità spaziale e temporale nel punto di attrazione, è anche la forza da cui nascono le stelle, da cui sorgono nuovi mondi.

Un film della portata di Interstellar non può evidentemente avere un’unica interpretazione né esaurirsi in un’unica e univoca lettura. Ciononostante è utile affrontare pellicole di tale portata da un punto di vista che ne colga, per quanto possibile, la ricchezza concettuale e la profondità culturale.

Il fulcro vitale dell’opera di Nolan sta nell’idea di rigenerazione della storia. La missione interstellare si chiama infatti Lazarus, perché l’ambizione del prof. Brand è quella di veder rinascere su un altro pianeta la razza umana. Il nodo interpretativo del film probabilmente si concentra qui. Da una prospettiva boccioninon cristiana si può quindi parlare della volontà di rigenerare la storia. Rigenerazione che significa in primo luogo rivendicare lo spirito originario della propria cultura e proiettarlo in avanti. Perciò il protagonista, spinto da una fortissima tensione faustiana finirà col superare persino sua figlia, lei che come il padre aveva provato l’ebbrezza della scoperta e della navigazione, ma che in fondo resterà soltanto una teorica. Cooper, paradigma dell’homo europaeus, crede nella possibilità di vedere fiorire la razza umana su un altro pianeta al punto da diventare, con la compagna d’equipaggio Amelia un novello Adamo su un pianeta lontano.

Allora la prospettiva univocamente universale e cristiana s’incrina, poiché la passata umanità ha già trovato, nel tempo in cui Cooper ha viaggiato nello spazio, una soluzione all’esaurimento della vita sulla terra e la vecchia terra è stata rimpiazzata da una artificiale. Estraneo al mondo in cui lui e i suoi figli sono cresciuti, l’astronauta spingerà la sua volontà fino al sogno di dar vita alla terra dei figli, gli eredi della terra e dell’antica tensione prometeica alla scoperta e al superamento di sé. Per assurdo, la memoria si conserva fissandosi in un altrove che è anche un oltre. Cooper è un Ulisse animato dalla nostalgia di casa, che cercherà una nuova patria altrove.

Da questo punto di vista Interstellar ha sollevato svariate critiche. Spesso nel mondo della fantascienza le critiche mosse nel nome della non-scientificità nascondono una sorta di censura politicamente corretta che sfocia, infine, nella negazione di ogni prospettiva transumanista o, peggio, sovrumanista. D’altra parte tutta la fantascienza politicamente corretta, fortemente ambientalista in un senso molto attuale e up-to-date, non tiene minimamente conto, nell’immaginario come nella realtà contemporanea, dell’enorme danno che provoca all’ambiente non solo un’incontrollata crescita demografica (spesso legata ai paesi del cosiddetto “terzo mondo”), ma anche lo spostamento di enormi masse di esseri umani verso terre già abitate e dalla diversa configurazione culturale e climatica (e qui Konrad Lorenz ha chiarito il punto sul sovraffollamento in L’aggressività…). Il film di Nolan sarebbe quindi pieno di contraddizioni e punti non chiari (il viaggio nel wormhole, su tutti), ma la principale obiezione che si può fare a tali critiche è che la fantascienza ha in primo luogo il compito non di raccontare ciò che è già scientificamente assodato, ma di immaginare ciò che sarebbe scientificamente possibile. La critica più solida al film è a tal proposito quella che dice che una migrazione di esseri umani dalla terra a un altro pianeta sarebbe, allo stato attuale di risorse e conoscenze, pressoché impossibile.

Nonostante ciò sia vero in linea di massima, la ricchezza del film non è da cercare primariamente nella verosimiglianza delle sue visioni, quanto piuttosto nell’ampiezza di intuizioni che cela dietro a un sapiente lavoro di sceneggiatura e fotografia. E la prima di queste intuizioni è la necessità di rivendicare uno spirito di coraggiosa sfida e scoperta che superi i confini di quanto è oggi noto e acquisito, che spinga oltre le potenzialità creative e operative umane: il risveglio della scintilla faustiana genuinamente europea.

«Un giorno si dirà forse di noi che, volgendo la prua a occidente, anche noi speravamo di raggiungere un’India, ma che fu il nostro destino naufragare nell’infinito? Oppure, fratelli miei? Oppure?» (F. W. Nietzsche, Aurora, Adelphi).

interstellarChristopher Nolan è oggi considerato il nuovo Spielberg. Il giudizio, evidentemente elogiativo per le capacità narrative e immaginative, non rende la complessità dell’uomo e dell’artista. Mentre del cinema di Steven Spielberg si può affermare che, nonostante la solitamente alta qualità, si tratti di una proposta fortemente commerciale, di facile comprensione e ammiccante agli stereotipi culturali ed estetici più diffusi; la proposta cinematografica del regista inglese si colloca ad un livello nettamente superiore. Con Interstellar Nolan si conferma un regista autoritario, che chiede allo spettatore concentrazione e sospensione di giudizio per le quasi tre ore di film. Nonostante si tratti di un lavoro che ha ottenuto grande successo commerciale, l’ultima opera dell’inglese è tutt’altro che alla portata di tutti. Nolan mescola la capacità narrativa di Spielberg all’ambiguità concettuale di Kubrik, arricchendole di una sensibilità e profondità schiettamente europee.

Il regista inglese ha abituato il suo pubblico a una stratificazione di significati e prospettive, lanciando allo spettatore intuizioni e suggestioni talvolta inconsapevoli e indefinite. La profondità di un’opera non si misura d’altronde da ciò che razionalmente è stato fissato in essa, ma da quello che il demone creativo ha tratteggiato, dai messaggi subliminali che solo un’attenta interpretazione può cogliere e dipanare. Christopher Nolan è un autore complesso e uno degli ultimi grandi del cinema, i suoi lavori possono, con ambiguità e paradossi, parlare anche al mondo della cultura non conformista europea.

Francesco Boco

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