Jünger: una vita sterminata fra carri armati e coleotteri

junger2Roma, 9 lug – Fra Joseph Goebbels e Maurizio Ferraris, fra il telefonino e la campagna di Russia. Curioso destino quello de Die totale Mobilmachung, il testo jüngeriano del 1930 che oggi finisce a dare il titolo a un breve saggio del filosofo torinese (edito da Laterza) sulla pervasività di internet e delle nuove tecnologie che, letteralmente, ci mettono il mondo in mano, ma, allo stesso tempo, ci mettono in mano al mondo.

Macché, spiega Stefano Azzarà, la mobilitazione totale va vista alla luce della guerra totale lanciata dal dottor Goebbels il 18 febbraio 1943 al Palazzo dello Sport di Berlino: “Vi chiedo: volete la guerra totale? Se necessario, volete una guerra più totale e radicale di quanto mai oggi possiamo neppure immaginare?”.


Il nesso viene stabilito all’interno di un volume collettaneo a cura di Luigi Iannone e intitolato semplicemente Ernst Jünger (Solfanelli).

Al vecchio di ernstjungeroperaWilflingen vengono dedicati trenta saggi che spaziano dalle tempeste d’acciaio della Grande Guerra alle grandi figure del “passaggio al bosco” teorizzato nel secondo dopoguerra.

Ma insomma, Jünger ha anticipato le atrocità belliche o la connessione perenne? Forse entrambe le cose. Forse perché l’epoca segnata dalla tecnica che è un eterno pendolo che oscilla tra la distruzione e la noia, tra la macchina di morte e il gadget Apple. O forse è proprio Jünger che, secondo l’abusata metafora del sismografo, richiamata anche da Iannone nell’introduzione, oscilla in uno spettro così ampio da riuscire a comprendere nella sua visione tutte le sfaccettature della modernità.

Nel volume, non mancano saggi dedicati ai grandi dialoghi fra i giganti della cultura non conformista: Jünger e Mann, ovvero la cultura borghese di fronte allo sconvolgimento bellico. Jünger e Schmitt, ovvero due buoni europei di fronte alla crisi del vecchio ordine e al baluginare del nuovo. Jünger e Heidegger, ovvero la Rivoluzione conservatrice di fronte al nichilismo.

C’è spazio anche per Jünger ed Evola, fra i quali tuttavia il rapporto umano si limitò a qualche lettera, per giunta viziata dalla capacità tutta evoliana di complicare le cose con missive un po’ indisponenti.

Gianni Ferracuti ha ricostruito l’importanza dell’autore tedesco nella “terza navigazione evoliana”, ovvero quella di Cavalcare la tigre, quando la fase propriamente filosofica è archiviata da anni ma anche la fase tradizionale (può sembrare strano, ma è proprio un’espressione di Evola) cede il passo a qualcosa d’altro e d’ulteriore. E qui rifarsi a Jünger sembra naturale. Realismo eroico contro la perdita del senso? Ancora, ci troviamo al bivio di cui sopra fra spirito delle trincee e incubo ad aria condizionata, tanto per citare quegli scrittori beat che Evola finisce a leggere proprio insieme a Jünger.

Le parti più interessanti del saggio sono però quelle dedicate ai momenti più inusuali della sterminata vita jüngeriana, come quella sua passione per l’entomologia che lo scrittore si indignava a vedere relegata, nelle biografie, alla voce “bizzarrie di genio”. E invece sembrava del tutto normale, quasi ovvio, al reduce delle tempeste d’acciaio, studiare i coleotteri così come aveva studiato i carri armati, perché nel microcosmo si riflette sempre il macrocosmo. Quando si matura un certo distacco, una aristocratica distanza fra sé e il mondo, forse tutti noi sembriamo insetti zampettanti e inconsapevoli, e allora si può attraversare un sentiero di campagna come si attraversa un secolo, il più tormentato dei secoli.

Adriano Scianca

(articolo pubblicato sul Foglio dell’8 luglio 2015)

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