Roma, 29 lug – Peter Sloterdijk è uno dei più originali esloterdijk2 controversi filosofi contemporanei. Critico della globalizzazione e lettore originale di Nietzsche e Heidegger, viene oggi considerato dai salotti di sinistra come un conservatore in odore di eugenetica.

La sua visione dell’uomo, compendiata nei fondamentali saggi contenuti nel volume Non siamo ancora stati salvati, attraversa i pilastri della filosofia tedesca – Nietzsche, Spengler, Heidegger – e assorbe sapientemente la lezione antropologica di Arnold Gehlen per spingersi fino a proporre un ripensamento radicale dell’essere umano nel contesto della tecnoscienza contemporanea.
Nell’agosto 2000 Sloterdijk tenne un discorso a Weimar in occasione del centenario dalla morte di Friedrich Nietzsche. Il testo della conferenza è stato recentemente pubblicato col titolo Il quinto “Vangelo” di Nietzsche (Mimesis, 68 p., 10€).

Nietzsche come nuovo apostolo, filosofo impegnato a scrivere le nuove tavole dei valori e intento a dinamitare il linguaggio e i significati fissati dal logos egualitario su cui si fonda la civilizzazione occidentale. A suo modo già il presidente degli Stati Uniti Jefferson si preoccupò di operare una selezione di passi dai Vangeli, così da creare una summa del messaggio cristiano purificata da ogni (presunta) distorsione.

La morale è potere che agisce in profondità, chi decide quelle norme è il soggetto attivo. «Ciò che finora è stato chiamato morale, è l’universalismo della vendetta. […] in nome di un anti-mondo superiore» (p.36).

Da un certo punto di vista dunque la rottura nietzscheana con l’umiltà celebrata dai Vangeli si consuma con l’esaltazione della centralità autobiografica e autoriale. L’uomo non è più chiamato a sminuire il corpo e il mondo né tanto meno a reprimere i suoi impulsi. È il momento della grande affermazione, il grande “dir di sì” e l’autore assume una dimensione. Proprio il Così parlò Zarathustra sintetizza in uno l’apostolo e la deità. Nietzsche-Dio rovescia i valori della morale degli schiavi, divenendo il signore fondatore di una morale aspra e inclemente: «Un vangelo del contrasto, che non ha come contenuto la negazione come liberazione dalla realtà, ma l’affermazione come liberazione della totalità della vita» (p. 39).

Secondo Sloterijk i fascisti si impossessarono della parola di Nietzsche per farne un vangelo a loro uso e consumo. Perdenti e risentiti, i fascisti selezionarono ciò che faceva loro comodo allo scopo di plasmare una dottrina militante. Se dunque vi fu una redazione maldestra (il riferimento è nello specifico alla Volontà di Potenza) da parte di chi educava e arringava le folle dall’alto di una tribuna, dall’altro non v’è dubbio che un’opera selettiva viene ampiamente condotta anche da parte di chi istruisce dall’alto di una scrivania sull’anarchistica vitalità nietzscheana dello sperpero (p. 53). Si tratta sempre di selezione di passaggi, cioè di letture parziali (si veda l’ampia redazione alle p. 46-47).

«Nietzsche ha corretto l’utilizzo del linguaggio come mai prima, né dopo, esprimendo un discorso che fosse una pura auto-dichiarazione di estasi generativa. […] Nell’eruzione dell’espressione, ciò che viene di più alla luce sono le irradiazioni apollinee, che sembrano sopraffare lo smembramento dionisiaco» (p. 64-65).

Forse la sfida più grande lanciata dallo spirito libero Nietzsche consiste nell’evocare la capacità di condurre una lettura totale, completa e contrastiva della sua opera, che riesca a unire l’irrompere di forze dionisiache feroci e gioiose con la compostezza solare del principio apollineo. Un’unità affermativa difficile da tenere insieme, ma che il filosofo tentò di prefigurare a partire dalla sua «detonazione di autoconsapevolezza».

Curiosamente il testo di questa conferenza, uscito solo ora in Italia, arriva in ritardo rispetto all’evolvere del pensiero suo autore. Nel suo piacevole saggio Caratteri filosofici, alla voce Nietzsche, è lui stesso a riconoscere che le interpretazioni offerte finora, compresa quella eulogistica (auto-elogiativa), «rimangono insoddisfacenti» (Caratteri, p. 102).

Se il linguaggio ha certo una grande importanza nelle cose umane, esso va però studiato da una prospettiva heideggeriana. Da un punto di vista cioè che assorbe la lezione nietzscheana e si spinge oltre, addentrandosi nella radura dell’origine in cui si apre la comprensione dell’autentico essere-nel-mondo dell’uomo contemporaneo. È da qui in poi che la riflessione di Peter Sloterijk si fa più proficua e stimolante, perché non teme di interpretare la parola nietzscheana che chiede all’essere umano di prendere in mano se stesso ed educarsi a una forma di vita superiore. «Si può scoprire nel teorema del superuomo un pensiero di utilità e di urgenza capitali. Esso indica che la cultura attuale deve trovare un sistema educativo e auto educativo capace di plasmare, in numero sufficientemente elevato, individui adatti al mondo globale. […] Innescare una controrivoluzione della salute in opposizione al morbus metaphysicus che, con le sue inibizioni, aveva ammaliato il mondo occidentale fin dai tempi di Socrate e di Paolo» (Caratteri, p. 102-103). Per sintetizzare con le parole di una recente intervista: autorità e disciplina.

Francesco Boco

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