Leggere Virgilio insieme a Brasillach

Image 1x1.transRoma, 13 ago – “Rimanevano pochi ricordi della sua giovinezza: solo certe immagini, deformate come leggende, poi grandi buchi che non lo turbavano affatto. Era nato, un quindici di ottobre, in un piccolo villaggio della pianura padana, non lontano da Mantova”. Così comincia una biografia romanzata di Virgilio. Non una comune ricostruzione della vita del poeta latino, ma una ricostruzione che risale al 1929 anche se sarà data alle stampe appena due anni dopo. Non è la data, però, a sedurre.

A raccontare la vita di Virgilio è un maledetto delle lettere francesi fucilato, il mattino del 6 febbraio 1945 al forte di Montrouge, a soli trentasei anni per intelligenza con il nemico. L’intelligenza è ovviamente con i cattivi del momento e lo scrittore e critico letterario a finire davanti al plotone d’esecuzione è Robert Brasillach.

Spesso considerato più un’icona della bella morte che per i suoi talenti di letterato, di Brasillach si vede finalmente tradotta in italiano per le Edizioni all’insegna del Veltro, con un bel corredo fotografico curato da Cristina Gregolin, la sua prima fatica letteraria: Presenza di Virgilio (pp. 252, euro 22, per ordinarlo: insegnadelveltro1@tin.it). Si tratta della tesina che per consuetudine gli studenti dell’École Normale redigono nell’anno del diploma. Il taglio non è accademico come testimonia la fascetta della edizione del 1931 che reca scritto: “Virgilio scampato dalla Sorbona”. Anche perché non è la filologia l’intento di Brasillach per quanto il fine del suo percorso di studi fosse la carriera accademica. “Si è voluto – ribadisce egli stesso nella nota conclusiva destinata al ‘benevolo lettore’- cominciare questo libro come se si trattasse della storia d’un giovane italiano del 1930. Il tentativo di far leggere questa vita, finché è possibile, come una vita dei nostri tempi, è quello, bisogna confessarlo, che all’autore sta più a cuore”. E questo perché “Virgilio è un uomo dell’epoca presente”.

Nessun tentativo di ideologizzazione nelle pagine di Brasillach della figura di Virgilio. Piuttosto l’intuizione di un giovane ventenne che sono ormai maturi i tempi per un cambiamento come lo erano all’epoca del poeta latino. Nessun rimpianto per il passato che ha dato i natali all’Eneide, quanto la convinzione che il futuro offra delle possibilità di azione. Una sensazione, questa, che per Brasillach serbava in cuore lo stesso Virgilio. Solo che a vacillare un tempo erano le istituzioni repubblicane di Roma mentre per i contemporanei di Brasillach quelle di Parigi.

La Francia repubblicana dei primi anni Trenta sente ormai scricchiolare la propria stabilità. La preoccupazione per il revanscismo tedesco porta già alla costruzione della linea Maginot, l’assassinio del presidente Paul Doumer è ormai dietro l’angolo così come gli scandali finanziari à la Stavisky. Della classe politica della Terza Repubblica si coglie ormai più l’inadeguatezza che la corruttela. E quella la spinge a reagire con violenza alle critiche. Come molti giovani della sua generazione Brasillach si sentirà traumatizzato il 6 febbraio 1934. Allora le forze di polizia francese uccidono una quindicina di manifestanti, tra cui vecchi combattenti e militanti di movimenti di destra. E se pur l’episodio avviene qualche tempo dopo la stesura di Presenza di Virgilio di certo ne catalizza parecchie aspirazioni e sensazioni presenti ma ancora non bene sedimentate. Per Brasillach da quel momento la Francia entra pure lei nel campo d’attrazione delle rivoluzioni nazionali e dei fascismi che saranno insieme al comunismo, come annoterà poi in una celebre lettera, la poesia del ventesimo secolo.

Se tutto questo non c’è espressamente nel suo Virgilio, di certo se ne coglie ben distintamente il sapore. “Un poeta è un uomo che deve servire, – scrive Brasillach – come gli altri uomini. Da tempo Virgilio aveva abbandonato l’idea che l’arte bastasse a se stessa e che la bellezza fosse l’unica cosa di cui essa debba preoccuparsi. Alla bellezza egli infliggeva una funzione morale, politica, religiosa, storica, educativa. Ed era soddisfatto quando, da tutte queste barriere opposte alla poesia, riusciva tuttavia ad estrarre poesia”. Ma non certo una poesia che indulgesse in sentimentalismi. Da sempre Virgilio, per Brasillach, accarezzava l’idea di comporre un poema che cantasse la nazione. Così, il critico francese amante della letteratura classica, definisce Roma e la passione che scalda l’anima del poeta mantovano.

Virgilio nel suo poema “ringrazia tutti coloro che hanno plasmato, come un’opera d’arte, la nazione da cui è nato. Questa nazione la ama, la ama con tutto il suo amore fraterno, per i suoi boschi, per i suoi prati, le sue strade, i suoi animali. E il patriottismo è innanzitutto ciò che si ama. La ama, la nazione, con la familiarità dolce che si insinua tra noi e i luoghi dove abbiamo vissuto: il paese di cui siamo parte è, prima di ogni altra cosa, questo paesaggio arcinoto, queste parole che hanno circolato parecchio, la suprema naturalezza che ritroviamo in una strada, una frase, un ricordo”. Nessun slancio retorico o intellettualistico in queste parole. Anzi. Lo prova il confronto che segue con Frédéric Mistral, il poeta provenzale capace di cantare la carnalità della sua terra in maniera così vivida da farne sentire addirittura il sapore e gli odori.

E così anche “Virgilio ama questa città carnale, Roma, e proietta in questo modo la propria passione nell’avvenire. Poi invoca la gioventù attenta, le insegna il coraggio e la durezza, le insegna che quella passione fatta di carne si difende con la propria carne. Questa fede nel destino di Roma, infatti, non è per Virgilio una fede astratta. I poeti non vivono nell’astrazione, ma sono esseri che vedono”. In questo il compositore delle Georgiche non si distingue da Maurice Barrès o da Gabriele D’Annunzio, diventato tale grazie “all’impetuosa devozione del popolo italiano”. Ma se in comune con i due scrittori del Novecento ha “il sentimento poetico di un’unione con la terra e con i morti”, da essi lo distingue “una tenerezza e un’umanità insuperate” che lo rendono unico.


Simone Paliaga

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