L’immigrazione, tra economia e cultura

fratelli-musulmani-egitto-pace-focus-on-israelRoma, 25 mar – Nonostante sia politicamente scorretto dirlo, sotto un profilo macroeconomico l’importazione di manodopera allogena è una perdita netta per le nazioni oggetto dei flussi migratori. Pensiamo, per esempio, alle rimesse verso l’estero che nella sola Italia portano almeno 8 miliardi di euro fuori dai circuiti dell’economia nazionale e costituiscono un passivo per la nostra bilancia dei pagamenti. Ancora più importante è l’effetto deflattivo che il continuo incremento della forza-lavoro ha rispetto ai salari reali. È quello che Marx, saggiamente e con una certa preveggenza, chiamava “Esercito industriale di riserva”, ovvero la lampante verità (nota a qualunque imprenditore) che se hai tre lavoratori per lo stesso posto, allora potrai facilmente giocare al ribasso. Con tutta probabilità, il motivo per cui le forze eurocratiche hanno imposto la libera circolazione dei capitali, delle merci e delle persone è proprio quello di imporre anche all’Europa quella gara al ribasso delle condizioni di lavoro, dei salari e degli standard ambientali su cui si fonda una parte importante della “competitività” cinese. Nonostante queste considerazioni tecniche, chi scrive è altresì convinto che l’aspetto macroeconomico sia importantissimo, ma non l’unico da tenere in considerazione quando si parla di immigrazione con un minimo di buon senso. È sotto gli occhi di tutti che da decenni è oramai in corso, lentamente ma inesorabilmente, una deriva neotribale della società europea, dovuta al fatto che (come è naturale che sia) genti diversissime per lingua e cultura tendono ad aggregarsi su basi etnolinguistiche e religiose, nonostante tutti i tentativi che le sinistre europee hanno messo in pratica per favorirne l’integrazione, spesso arrivando alla retorica insopportabile della “discriminazione positiva” in cui gli autoctoni vengono messi in posizione di svantaggio rispetto agli allogeni nelle assunzioni, nei concorsi pubblici, nelle scuole.

Quello che viene pudicamente chiamato “multicomunitarismo” da alcuni stanchi filosofi del pensiero debole occidentale spacciato per anticonformismo fuori tempo massimo, è il terreno ideale non solo per un livellamento continuo della nostra sicurezza sociale e della vivibilità delle grandi aree urbane (gli stranieri sono il 5% dei residenti in Italia, ma il 50% della popolazione carceraria) ma anche per favorire in ogni modo il proselitismo fondamentalista sunnita che fa presa molto efficacemente sul risentimento delle plebi allogene sradicate nei confronti delle nazioni ospitanti. Non è un mistero, per esempio, che l’organizzazione internazionale nota come Fratellanza Musulmana stia rapidamente crescendo non solo nelle nazioni arabe (l’Egitto è un caso lampante in tal senso) ma anche in Europa, grazie alle proprie attività caritative ed educative, nonché al controllo di molti luoghi di culto e di insegnamento sovente edificati a spese della collettività. Gioverà ricordare che la Fratellanza Musulmana (fondata nel 1928 da Al Banna, membro del britannico Institute of Propaganda and Guidance creato per destabilizzare il Medio Oriente) è una organizzazione sunnita il cui scopo dichiarato è quello di applicare la sharia in ogni nazione in cui esistono musulmani, usando la fede islamica come forza di mobilitazione elettorale, o anche passando alla guerriglia come nel caso di Hamas in Palestina, costruita inizialmente per contrastare la “laica” e “socialista” organizzazione di Fatah. Peggio ancora per l’Europa è del resto il favore che godono presso i musulmani residenti tutti quegli imam wahabiti finanziati copiosamente dalla famiglia reale saudita, i famigerati Al Saud, a cui i 1359535733209_0113_fratelli_musulmani_500petrodollari sicuramente non mancano. Per chi non lo sapesse, il wahabismo è una corrente del sunnitismo che non solo professa apertamente ostilità nei confronti di tutte le altre confessioni islamiche (sciiti, alawiti, sufi), ma anche un radicale cosmopolitismo volto alla distruzione dello Stato nazionale sovrano in vista dell’edificazione di un califfato islamico universale. Wahabiti erano (e sono) gli jihadisti di Al Quaeda, i guerriglieri bosniaci e kosovari, i terroristi ceceni, i “partigiani” che hanno combattuto in Libia contro Gheddafi ed in Siria combattono ora contro Assad, reo di “eresia” oltre che di tolleranza nei confronti degli infedeli e di aver concesso la parità giuridica alle donne. Tutti questi movimenti fanno in qualche misura capo agli Al Saud, alleati di ferro di Israele e degli Stati Uniti a causa della loro avversione per l’Iran sciita, per il nazionalismo sociale panarabo (di cui quello di Assad è l’ultimo regime esistente), per gli Hezbollah libanesi di ispirazione sciita e per il patriottismo palestinese, interreligioso persino in molti casi quando esso si riferisce ad Hamas. Ebbene, gli imam di questa setta possono tranquillamente insegnare in Francia, Belgio e Regno Unito e, come si è visto, reclutare volontari per combattere le loro guerre persino fra la popolazione autoctona.

Cosa succederebbe il giorno in cui l’obiettivo non fosse più la Siria, ma l’Europa? Nessuno lo sa di per certo, ma è chiaro che persone a cui è stato fatto il lavaggio del cervello dalla Fratellanza o dagli imam wahabiti sono estremamente manipolabili da forze interessate al caos e alla tensione sociale.

Quando si parla di immigrazione e fenomeni migratori, il lato macroeconomico è importantissimo, ma non dobbiamo scordare un fatto spesso sottaciuto nel nome di un terzomondismo etnicida d’accatto: stiamo scientemente disgregando il fragile equilibrio che regge il nostro tessuto sociale, creando le condizioni adatte affinché gli sradicati di ogni ordine e grado possano (come una volta nel caso del comunismo) riconoscersi in una ideologia mobilitante profondamente antieuropea, antiumana, antinazionale. Nel lungo periodo, questa nostra miopia potrebbe rivolgersi contro di noi in modi che nemmeno possiamo concepire, ed allora a nulla varranno i peana del politicamente corretto, dell’elogio del meticciato e dell’accoglienza a tutti i costi. Popoli diversi per lingua e cultura non possono integrarsi e quindi se vivono sullo stesso territorio entreranno necessariamente in conflitto fra di loro.


Matteo Rovatti

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