eneaRoma, 28 gen – Il Parlamento francese ha votato un emendamento a un progetto di legge sulle pari opportunità tra generi teso a cancellare dal Codice civile francese la definizione “buon padre di famiglia”. Promosso dalla ministra socialista Najat Vallaud-Belkacem, il cambiamento linguistico sarebbe una necessaria revisione di un’espressione considerata “obsoleta” e “sessista”.

L’ossessione montante anche in Italia contro ogni forma di figura patriarcale o semplicemente maschile trova la sua espressione più efficace in episodi come questo. La cura che certa sinistra politicamente corretta ha sempre avuto nella trasformazione del linguaggio e nel “correggere” espressioni linguistiche ereditate manifesta per altro l’insistente e inesauribile attenzione alla rieducazione della gente a un corretto pensare. Non si tratta insomma di un’autentica ricerca delle pari opportunità, quanto piuttosto di un progetto tutto ideologico di svirilizzare la società europea.

Se davvero le neo femministe con ruoli istituzionali volessero esaltare il ruolo della donna e la femminilità nei suoi molti aspetti, per esempio, potrebbero iniziare a pensare a una seria riforma della maternità obbligatoria. In Italia, infatti, a differenza che in altri stati europei, è interamente l’azienda datrice di lavoro a dover far fronte alle spese contributive con tutti gli inconvenienti economici, burocratici, logistici del caso. Il ruolo di madre potrebbe invece essere esaltato e promosso da una riforma che andasse nel senso di incentivare la procreazione, con mirati e intelligenti aiuti statali alle imprese e alle famiglie. Questo implicherebbe ripensare il lavoro e la gestione di sprechi e risorse statali in funzione dei figli e della famiglia.

Naturalmente non è questo il caso, e quando anche in Italia si inizierà a parlare di togliere dal linguaggio giuridico il concetto di pater familias ci troveremo di fronte all’ennesimo attacco portato a uno dei nuclei fondamentali della nostra cultura.

Che poi l’espressione “buon padre di famiglia” suoni oggi tutto sommato moralista e un po’ come “buon uomo”, è un altro discorso. Nel diritto di derivazione romana questa locuzione vuole indicare un uomo responsabile, presente e competente; il contrario di quello che sono molti padri oggi. Ebbene, se si volesse davvero sostituire una dicitura “obsoleta”, si potrebbe allora pensare di utilizzarne una che esalti le virtù maschili e non discrimini tra chi ha dei figli e chi non ne ha – ad esempio “vero uomo”, o più semplicemente “uomo”. Ma è chiaro che nessuno nelle istituzioni si sognerà mai di esaltare atteggiamenti virili né a parole né coi fatti.

Come ha già spiegato Jack Donovan anche nell’intervista pubblicata in queste pagine, non è un paese per uomini. E questo ormai vale a tutte le latitudini dell’Occidente, con normative che in alcuni paesi prevedono l’abolizione dei termini ‘padre’ e ‘madre’ (sostituiti con ‘genitore 1’ e ‘genitore 2’) e che in generale scoraggiano nei bambini di sesso maschile comportamenti di tipo… maschile. Dalla moda alla cultura fino alle norme giuridiche il ruolo dell’uomo e del padre sono oggi ampiamente sotto attacco con motivazioni pretestuose. Alla base di tutto sta un’atavica avversione per l’autorità e la responsabilità, per il principio uranico che ordina e guida e, in ultimo, contro tutto ciò che ha fondato la cultura e la civiltà europea da secoli. È in fondo la vendetta delle Eumenidi.

Col pretesto delle pari opportunità e dell’uguaglianza dei sessi si sta mettendo in discussione unicamente la figura dell’uomo, col solo risultato di disorientare perfino le donne stesse fino a causare un diffuso senso di insoddisfazione persino sotto le coperte.

Francesco Boco

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