Matrimoni gay? Semmai finiamola anche con quelli etero

gayRoma, 29 giu – Gli ultimi mesi hanno indubbiamente registrato un balzo di qualità, nella hit parade delle armi di distrazione di massa, delle manifestazioni telematiche e di piazza in materia di diritto matrimoniale, ma la pseudo-polarità dei relativi discorsi nasconde male l’inautenticità sottesa agli argomenti sbandierati.

Tanto per cominciare, al contrario di quanto entrambi gli schieramenti affermano, l’allargamento delle regole inerenti al matrimonio civile inventato dalla rivoluzione francese alle coppie monogenere (perché poi necessariamente gay? Forse che due persone di genere diverso non possono da sempre sposarsi tra loro indipendentemente dal loro orientamento sessuale?), o magari alle “coppie di fatto” etero – in questo caso contro quella che è la loro ovvia volontà di non sposarsi! – rappresenta non la distruzione del modello contemporaneo di “famiglia”, ma una sua ulteriore estensione attraverso l’omologazione di tipi di rapporto che sinora erano ad esso sottratti.

Al riguardo, che tale estensione venga presentata come l’acquisizione di un “diritto” è eloquente quanto alla progressiva penetrazione del concetto capitalista che lo identifica in un’autonomia individuale fittizia, sulla falsariga del diritto di emigrare per fame o di rinunciare alla facoltà di ripensamento in un contratto di vendita dei propri organi. E sorprende come ben pochi nella comunità gay “militante” pongano mente alla facilità con cui i “diritti” (giuridici) di questo genere tendano con facilità a trasformarsi in obblighi (sociali), della serie “caro, finalmente potrai fare di me un gay onesto”. Cosa che del resto si inserisce perfettamente in un crescente perbenismo di fondo di larghe fasce della comunità stessa, pronte magari ad adottare la pagliacciata come simulacro della trasgressione, ma ad esempio fortemente diffidenti od ostili nei confronti dei comportamenti promiscui e a tutte le altre forme di parafilia, a cominciare dalla bisessualità stessa, pure formalmente “registrata” nell’acronimo LGBT.


Esiste beninteso una lunga ed eterogenea tradizione che in vario modo e misura rimette in discussione in quanto tale l’istituto del matrimonio anche tra persone di sesso diverso, da Platone a Campanella, da Fourier a Marx a Marinetti. Ma anche ipotizzando che nulla vieti a chi lo desideri di celebrare simpatiche cerimonie consentite o imposte dalla sua religione o filosofia per sancire particolari rapporti personali, e gestire i medesimi rapporti come crede, la questione è perché se ne debbano occupare il giudice e l’ufficiale di stato civile, e quale possa essere nel 2015 il significato del perdurare di una tale scelta, laddove il mutare dello scenario socioeconomico e tecnologico, per non parlare di riforme legali già compiute, stanno rendendo sempre più irrilevante la questione rispetto all’unico aspetto davvero decisivo al riguardo, che è poi quello riproduttivo e inerente ai poteri-doveri sulla propria prole e in particolare su quella “legittima”, dall’evoluzione del ruolo femminile, all’assistenza sociale, al controllo delle nascite, ai test di paternità, alla fecondazione assistita, alle gravidanze surrogate, alla donazione di gameti, alla conservazione degli embrioni, etc.

La scelta a favore della difesa del regime attuale potrebbe essere beninteso giustificato da un gusto ed una preferenza puramente ideologici, ma le caratteristiche “naturali” e “tradizionali” del medesimo con cui tale difesa viene giustificata sono puramente fantasiose e dovute semplice a mancanza di prospettiva storica e culturale, a fronte di un catalogo di esperienze e teorizzazioni che comprendono il matrimonio a tempo (nel diritto iraniano contemporaneo da ventiquattro ore a novantanove anni), casto, poligamico, poliandrico, di gruppo, con defunti (ancora nella Germania degli anni quaranta), incestuoso, con divinità, a rotazione, con se stessi, con la patria, con minori incapaci o nascituri, a distanza, e così via.

In realtà, sotto questo profilo, l’archeologia del diritto e del costume mostra facilmente che la famiglia nucleare cattoromanticoborghese “fondata sul matrimonio” (certificato dall’apparato statale e ipoteticamente “d’amore”) di tradizionale non ha proprio nulla ed è al contrario un’invenzione recente e del tutto moderna, ed un ideale affermatosi in alcuni ceti dell’ottocento europeo come unità sociale funzionale alle esigenze del capitalismo nascente, salvo poi tracimare in modo più o meno reale o fittizio altri contesti socioculturali.

E quand’anche per tradizione non si faccia riferimento come avviene in ambito cattolico ad un qualche problematico concetto di “naturalità” ed “universalità”, basta vedere come la familia che ci consegna la tradizione del diritto romano non fosse affatto fondata sul rapporto tra i coniugi (la cui possibile, frequente, e molto informale interruzione era infatti totalmente irrilevante rispetto alla sopravvivenza od estinzione della familia stessa) ma sul rapporto tra padre e figli, più in generale tra un capostipite e i suoi discendenti, con relativi schiavi e clientes, sulla falsariga del resto di quanto ricostruito da Emile Benveniste per il nostro passato più lontano nel Vocabulaire des institutions indoeuropéens, come discusso anche da Giorgio Locchi in Prospettive indoeuropee.

Ma se ancora alla fine dell’Ancien Régime veniva da molti considerato fonte di ridicolo per un uomo il fatto di innamorarsi della propria moglie, la commozione oggi suscitata in molti dalla scena di una coppia (nel caso, omosessuale) che considera le carte bollate il vero “coronamento del loro sogno d’amore” sarebbe stata recepita probabilmente con qualche difficoltà…

Di converso, per tanto che lo status di coniuge oggi assicuri davvero dei vantaggi, parrebbe che anche da un punto “libertario”, e tanto più da un punto di vista comunitarista, andrebbe semmai risconsiderato se esistano tuttora delle ragioni per cui la debba essere mantenuta la relativa discriminazione a favore delle coppie “registrate” o comunque stabili ed a scapito ad esempio dei single, o delle terne, o di due persone (per esempio, due fratelli) che regolino tra loro rapporti patrimoniali e di altro tipo senza nessun sottinteso sessuale o sentimentale o riproduttivo. Laddove qualsiasi coppia etero o meno che sia oggi suscettibile di subire pressioni sociali per presentarsi avanti all’ufficiale di stato civile, o al prete in sua sostituzione, potrebbe non solo continuare a celebrare privatamente le cerimonie o gli impegni reciproci che crede, ma altresì ottenere facilmente effetti giuridici analoghi a quelli desiderabili che oggi comporta il matrimonio, e con ben maggiore flessibilità, attraverso strumenti ordinari come contratti, istituzioni di erede, legati, cointestazioni, testamenti biologici, etc.

Stefano Vaj

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