Venezia, 11 nov – Ha dell’incredibile, ma è oramai storia contemporanea, come il Teatro Italia di Venezia sia stato tramutato in un supermercato della società cooperativa olandese Spar, nota, appunto, per la sua catena commerciale di discount: in soli cento anni l’edificio è passato dall’ospitare le commedie di Goldoni e le pellicole di Sergio Leone a contenere cipolle e vasetti di sugo per le orde di turisti che affollano l’isola.

La storia del Teatro Italia inizia nel 1915, quando viene costruito dall’architetto Giovanni Sardi nel Sestiere Cannaregio, la zona più estesa e popolata di Venezia. Il palazzo neo-gotico riprende lo stile lagunare delle monofore e delle trifore di Palazzo Ducale in Piazza San Marco, ma viene curato con abbellimenti di gusto Liberty e successivamente anche con aquile dell’estetica fascista. Ancora oggi guardando la facciata è possibile vedere due stemmi al livello del primo piano e un leone marciano al centro della balaustra sul tetto. I quattro portali di ingresso in ferro battuto sono disegnati da Umberto Bellotto, come anche i lampadari dell’interno.

È il pittore veneziano Alessandro Pomi (1890- 1976) ad affrescare al centro del soffitto della sala principale un’allegoria intitolata la Gloria d’Italia, mentre è il friulano Guido Marussig a realizzare gli atri decori interni in stile liberty. Questo è uno dei primi esempi di edificio a prevedere l’uso del ferro e del calcestruzzo armato.

In pochi anni il teatro diventa un punto di riferimento imprescindibile per la vita sociale veneziana, oltre che una testimonianza dell’insuperabile buon gusto italiano del tempo. In seguito alle nuove richieste del moderno intrattenimento, lo stabile viene adibito a sala cinematografica, e resta in attività fino alla fine degli anni ’70, quando il Cinema-Teatro passa in gestione all’Università Cà Foscari per essere utilizzato come sala congressi e per altre iniziative culturali e accademiche. La mercificazione del sito inizia negli anni ’90, quando il palazzo viene venduto ad un privato, Piero Coin. La famiglia Coin in collaborazione con Aspiag Service (Concessionaria Despar) e sotto il controllo (si fa per dire) della Sovrintendenza di Venezia, ha avviato un investimento di 4 milioni e mezzo di euro per il restauro del Teatro Italia. Restauro apprezzabile, se non fosse che ora gli affreschi recuperati son circondati da detersivi, caschi di banane e pacchi di patatine. Pura e semplice mercificazione d’un luogo storico-culturale degno di ben altro. Possibile che lo Stato, la Sovrintendenza, Le Belle Arti o qualsiasi filantropo, non abbiano trovato 4 milioni da investire per un recupero serio e senza dover elemosinare l’intervento d’una società commerciale di tale genere?

Quanto successo è più che mai indicativo per la nostra epoca, un tempo in cui la cultura si lascia sempre più facilmente manipolare dal business, e in questo caso nemmeno dalle ragioni d’un mercato di lusso o quantomeno locale; è bastato un discount olandese.

Inquietanti per il destino del nostro paese sono le parole di  Paul Klotz, amministratore delegato di Aspiag Service srl, la società che gestisce il marchio Despar: “Siamo orgogliosi di avere aperto a fine dicembre il nuovo supermercato Despar all’interno del restaurato ex cinema e Teatro Italia, dopo aver già aperto poco prima quello di Rialto a Palazzo Bembo. Se ci sarà l’occasione di aprire un terzo supermercato a Venezia, magari recuperando un altro “contenitore” storico, noi siamo pronti”.

L’Italia è questo agli occhi degli affaristi esteri: “un altro contenitore storico”. Una condizione tollerata con la compiacenza delle istituzioni di casa nostra, ben liete di poter ridicolizzare e svendere pezzo per pezzo il Patrimonio nazionale invece che prendersene cura, e Venezia, purtroppo in questo sembra essere maestra. Da città di Dogi, pittori e teatri, a isola luna park per il turismo di massa. Gelaterie, bancarelle, pizzerie, catene d’abbigliamento e bed and breakfast, tutto pensato per gli interazionali visitatori mordi e fuggi. Son sempre meno invece i veneziani che abitano sull’isola, razza rara e in via d’estinzione, mentre il villaggio globale della laguna ha bisogno di espandere i suoi tentacoli. Teatri e cinema non contano oramai più niente, mancano dopotutto gli spettatori. I turisti la sera se ne tornano in hotel dopo la pizza, il cappuccino e il gelato di rito, e comunque non capirebbero la lingua. Meglio vendere broccoli, mandarini e assorbenti, questi sono più facilmente comprensibili.

Alberto Tosi

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