scuola della carne yukio mishimaRoma, 30 dic – L’opera dello scrittore giapponese Yukio Mishima (pseudonimo di Kimitake Hiraoka) è un caso eclatante di profonda compenetrazione tra teoria e azione, per cui non si possono comprendere i suoi libri senza conoscere le scelte radicali che fece nel corso della sua vita.

Figlio di una famiglia benestante, crebbe in una dimensione ombrosa dominata dalle figure femminili, in cui si serviva delle parole per proteggere l’inadeguatezza del suo fisico esile e poco virile. I primi racconti nacquero quindi in una dimensione distante dalla realtà del corpo e dalla nuda essenzialità dell’azione.

Questo senso d’inadeguatezza fisica e di distanza dal mondo reale assunsero una forma del tutto differente all’indomani della sconfitta bellica del Giappone. Come un moto di ripulsa per il suo tempo e per ciò che il suo paese era divenuto, Yukio Mishima scelse di mettere in pratica la via del Samurai, rispolverò l’antico codice dell’Hagakure – il manuale di precetti del guerriero,  che nel dopoguerra era entrato nella lista dei libri vietati – e infine iniziò a coltivare corpo e mente attraverso la disciplina del sole e dell’acciaio.

Per mezzo del sudore, della fatica, del sangue e della tensione di mente e corpo conobbe infine la realtà profonda che va dalla carne alla carne, la quale nasconde una verità più profonda ed essenziale di qualsiasi altra costruita con le parole. Iniziò un processo di distruzione, affinamento, potenziamento. L’autore si avvicinò sempre più alla destra patriottica nipponica fino a glorificare gli ufficiali suicidatisi nel nome dell’Imperatore nel 1936 nel racconto, poi divenuto pellicola, Patriottismo. Dai samurai ai kamikaze fino alle associazioni studentesche nazionaliste, Mishima scelse un’eredità chiara e la mise in atto attraverso la sua associazione paramilitare, la Società degli Scudi.

Colui che avrebbe potuto diventare uno scrittore universalmente apprezzato per la prosa raffinata e i modi occidentali, sfiorando più volte il Nobel, scelse alla fine della sua esistenza terrena il gesto più estremo e potente che l’etica nipponica gli potesse imporre. Nel novembre 1970 preso d’assalto il ministero della difesa assieme a un manipolo di camerati, Mishima e il secondo Masakatsu Morita si diedero la morte per seppuku, il suicidio rituale dei samurai. Il grido di rivolta venne lanciato dal balcone dell’ufficio del generale Mashita, affinché il Giappone ritrovasse l’orgoglio e l’onore perduti, affinché si tornasse a vivere da uomini e morire da guerrieri.

Come ogni gesto eclatante e ogni fulgido esempio, esso richiede tempo per dare frutti duraturi, ma forse Yukio Mishima oggi non disdegnerebbe alcune scelte in fatto di politica interna ed estera poste in essere dall’attuale governo nipponico guidato dal nazionalista conservatore Shinzo Abe.

Oggi tutto questo torna a parlarci attraverso il libro inedito La scuola della carne edito da Feltrinelli (16 euro, 238 p.). Il racconto tratta della tormentata vicenda amorosa tra la facoltosa e matura Taeko e il giovane e dissoluto Senkichi. Mishima mette in campo alcune tematiche care alla sua prosa, come il contrasto tra i sessi, l’ideale di virilità e il gusto dell’estetica. Fin dall’inizio la passione tra i due sembra anticipare tormenti e ferite che nel corso della vicenda arriveranno inevitabili. Per Mishima l’amore eterosessuale non è una cosa semplice e moralmente pura, è piuttosto una battaglia tra i sessi in cui inevitabilmente amore e morte finiscono col coincidere. Prima di ogni verità teorica l’autore sembra porre l’immediatezza della carne, fatta di moti contrastanti e tensioni insopportabili. Una scuola attraverso cui ogni verità deve passare.

Francesco Boco

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