“Negro”: da Sartre a Martin Luther King, tutti i fan della parola maledetta

baloAll’Italia intera che lo accusava di scarso impegno in campo e atteggiamenti inqualificabili nello spogliatoio, Mario Balotelli ha risposto con uno sconclusionato post su Instagram in cui ha arbitrariamente ricondotto tutta la questione a un particolare: il suo essere nero. O “negro”, come egli stesso polemicamente ha sottolineato.

Una puntualizzazione piccata che ha riaperto la vecchia querelle linguistica sull’uso della “parola con la N” (N-word, come dicono gli americani nei processi a sfondo razziale). Ma insomma, si dice negro, nero o di colore?

Il termine italiano negro deriva ovviamente dal latino niger, cioè nero, e con tale significato viene utilizzato già in Petrarca, Ariosto e Carducci. È tuttavia con l’inizio dell’avventura coloniale che il termine, mutuato soprattutto dallo spagnolo e dal portoghese, diventa di uso comune per identificare le popolazioni dalla pigmentazione scura.

In questa accezione la parola è stata usata per decenni con pure finalità descrittive o addirittura con intenti elogiativi. Pochi sanno, per esempio, che nel famoso discorso I have a dream, Martin Luther King parla più volte dei negro slaves, che le traduzioni italiane più pudiche traducono con “schiavi neri”.

Nella letteratura angloamericana, termini come “negro” o “nigger” sono frequenti. Ricordiamo per esempio The Nigger of the ‘Narcissus’ di Joseph Conrad (1897). E Ten Little Niggers è il titolo originale di un noto racconto di Agatha Christie (1939). Anche nei testi di Mark Twain ricorre spesso la parola nigger, sia pur mutata in slave nelle riedizioni più recenti. Nel 1957, Norman Mailer pubblicava in America il suo saggio sulle sottoculture giovanili intitolato The White Negro.


Sull’elogio della négritude, addirittura, si è basato un movimento culturale e politico di scrittori africani. Il termine fu coniato da Aimé Césaire nel 1935, nel terzo numero della rivista L’Etudiant Noir. Nel 1948 viene pubblicata, a cura del senegalese Léopold Sédar Senghor, l’Antologia della nuova poesia negra e malgascia, preceduta da uno studio di Sartre sulla negritudine.

Nell’antropologia contemporanea, inoltre, la classificazione dei tipi umani prevede ancora oggi un tipo negroide, classificazione scientifica non messa in discussione da nessuno e regolarmente utilizzata negli studi di settore in tutto il mondo.

L’Accademia della Crusca, che in Italia fa ancora oggi testo rispetto all’uso della lingua, nel 2006 si decise a fare chiarezza sull’argomento con un lungo articolo firmato da Federico Faloppa.

“Fino agli anni Settanta – si legge nel testo – negro, nero e di colore sono stati usati quasi come sinonimi e con connotazioni di significato molto simili (tutt’al più, erano caratterizzati da un diverso uso sintattico, essendo gli ultimi due impiegati soprattutto in funzione aggettivale)”. Inoltre

“negro, fra i tre, era certamente quello più storicamente attestato, più semanticamente pregnante”. La parola “veicolava giudizi di inferiorità” ma “tuttavia, poteva essere utilizzato – soprattutto, in funzione aggettivale – senza provocare scandalo, o senza essere ritenuto necessariamente offensivo”.

Solo all’inizio degli anni Settanta, l’uso di negro fu bandito in favore di nero per rendere più fedelmente l’anglo-americano black. Cominciò anche a diffondersi l’espressione di colore, calco dall’anglo-americano coloured.

Falloppa spiega che “è nella prassi che negro è generalmente avvertito dai parlanti come offensivo, discriminante” ma aggiunge anche che “sarebbe bene – come sempre, in fatto di lingua – non prescindere dai contesti, dalle intenzioni del parlante, o dai tratti sovrasegmentali (come l’intonazione). Ed evitare, in ogni caso, tentazioni censorie o posizioni isteriche”.

Interessante è il ragionamento a proposito delle espressioni ‘nero’ e ‘di colore’. Per l’accademia, “si fa strada la sensazione che il significato di ‘di colore’ – eufemismo adottato per sostituire l’offensivo negro – invece di essere percepito come neutro, metta l’accento proprio sulla caratteristica (il colore della pelle) che si vorrebbe non evidenziare e non discriminare”. Anche ‘nero’, “quando usato come sostantivo per identificare una persona, o un gruppo di persone, in base al colore della pelle, rischia anch’esso di creare una categoria approssimativa, omogenea e omologante (‘i neri’, ‘le nere’), basata non solo sul contrasto cromatico, ma anche – è sensazione di chi scrive – sulla mancanza, difettiva, di alcuni tratti (tanto fisici quanto culturali tout court) che si presume appartengano al gruppo (bianco) di maggioranza”.

Esiste, infine, la trovata americana di usare l’espressione “afro-americano”. Anche in questo caso, tuttavia, viene portata sotto i riflettori, come elemento dirimente e caratterizzante, un’origine. Siamo sicuri che non sia una ulteriore forma di catalogazione “offensiva”? E se in un contesto come quello statunitense la cosa può al limite avere un senso, che accadrebbe se in Italia definissimo Balotelli “afro-italiano”?

Per complicarci ancora di più la vita, poi, basterà ricordare come l’ex ministro Cecile Kyenge avesse reagito alla definizione di “ministro di colore”: “Credo che l’espressione ‘di colore’, che i media hanno usato per definirmi, non sia un’espressione giusta. O si dice di che colore ho la pelle oppure, meglio, si dice il mio paese di origine, o al limite che sono di ‘origine straniera’”. Del resto, una volta cessato di essere ministro, Kyenge presentò alla Camera un testo di legge dal titolo «Disposizioni per la modifica o l’abrogazione di norme discriminatorie» che a pagina 2 ricordava la “recente abrogazione delle disposizioni discriminatorie in materia di personale marittimo negro imbarcato sulle navi italiane, disposta dall’articolo 6 della legge 23 settembre 2013, n.113”.

Gira che ti rigira, stai a vedere che il termine più chiaro, giusto e preciso è proprio quello lì?

Adriano Scianca

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