Roma, 4 dic – La recente uscita del libro America Amara di Lucio Villari e Paolo Mieli sulle colonne del Corriere della Sera hanno riaperto con forza il dibattito su uno degli argomenti tabù della storiografia, italiana in particolare: i rapporti tra fascismo e New Deal. E’ cosa nota che la crisi del capitalismo fra le due guerre mondiali stimolò riflessioni teoriche in ogni angolo del mondo, con gli stati europei, colpiti dalle conseguenze delle difficoltà economiche, alla disperata ricerca di ricette innovative. Meno conosciuto  il ruolo da protagonista che recitò  l’Italia in questo contesto.

Sul piano culturale, «Critica Fascista» di Giuseppe Bottai si distinse per l’alto livello delle sue elaborazioni teoriche. Già sul finire degli anni Venti questa rivista intensificò visibilmente il suo impegno verso la diffusione dei principi della «terza via», opponendosi fieramente ai teorici liberali e alimentando un dibattito che presentava il corporativismo come ordinamento capace di superare le teorie economiche classiche e dare vita ad una «nuova scienza economica». Aspirazioni riscontrabili dalla lettura di altri fogli del regime e condivise anche da numerosi intellettuali, che tentarono di dare un respiro internazionale alle proposte italiane in campo economico. «Io credo che con tutti i loro equivoci (…), le critiche di Ugo Spirito e compagni all’economia liberale, contenessero molti grani di verità e fossero comunque meno anacronistiche delle pur labili e dotte difese dei custodi del tempio», ha rilevato l’economista Giacomo Beccantini.

Da queste basti di partenza derivarono una serie di fermenti culturali e illusioni propagandistiche che conobbero un crocevia fondamentale proprio con la «grande crisi» del 1929. Le difficoltà del sistema liberale offrirono al fascismo l’occasione per proporre la tematica corporativa al di fuori dei confini nazionali: tanto che essa fu, come ha osservato Gianpasquale Santomassimo, «una delle leve fondamentali del successo internazionale del fascismo». Attenzione particolare nella pubblicistica del regime venne riservata alla situazione americana, dove la crisi fu più dirompente. E proprio a causa delle difficoltà economiche, oltreoceano si cominciava a guardare con sempre più interesse ai provvedimenti d’impostazione dirigista del fascismo. A seguito dell’insediamento di Franklin Delano Roosevelt alla Casa Bianca nel 1933 e del varo del New Deal, tra i due Paesi si intensificarono notevolmente i rapporti culturali e istituzionali, che solo oggi sembra vengano presi in considerazione con serietà.

Difatti, le posizioni fasciste di fronte al New Deal (e in genere alle politiche economiche degli Stati Uniti) così come quelle americane nei confronti del corporativismo sono state analizzate raramente dalla storiografia. Cenni sulla questione, infatti, si trovano solamente in alcune opere dedicate generalmente agli Stati Uniti e al fascismo, come ad esempio nella monumentale biografia di De Felice dedicata a Mussolini. Da segnalare poi il volume datato ma prezioso di John P. Diggins, L’America, Mussolini e il fascismo. Quest’ultimo costituisce ancor oggi una piattaforma indispensabile per capire l’atteggiamento statunitense di fronte alla rivoluzione delle camicie nere. Vengono esaminate nel dettaglio tutte le reazioni ed i rapporti con l’Italia da parte del governo, dell’opinione pubblica, dei giornalisti, del mondo degli affari, dei cattolici e dei sindacati americani.

Gli studi più specifici sul tema, in ambito italiano, sono rappresentati solamente da un articolo di Franco Catalano per la rivista Movimento di Liberazione in Italia e dai saggi di Maurizio Vaudagna degli anni Settanta e Ottanta. Sul piano internazionale, invece, speciale menzione merito lo scritto di John A. Garraty The New Deal, National Socialism, and the Great Depression, pubblicato negli anni Settanta, che più di altri contribuì a mettere in discussione i pregiudizi riguardo ai rapporti tra il totalitarismo italiano (e tedesco) e la democrazia statunitense e alla natura delle loro convergenze politiche, economiche e culturali. L’autore illustrò inoltre le somiglianze tra i due Paesi e accennò ai dibattiti che avevano animato Italia e America negli anni Trenta, venendo in questo seguito diverso tempo dopo da Diane Ghirardo e, recentemente, da Wolfgang Schivelbusch. Ed è proprio di quest’ultimo il volume più importante pubblicato finora sul tema, ossia Three New Deals: Reflections on Roosevelt’s America, Mussolini’s Italy, and Hitler’s Germany. 

In questo libro l’autore analizza tutte le affinità tra Italia e Stati Uniti sul piano economico, culturale, oltre che delle opere pubbliche, delle istituzioni e della propaganda, approfondendone i comuni elementi populisti e statalisti. La panoramica offerta è di estremo interesse, quanto però lontana dall’essere esaustiva. Per comprensibili ragioni di spazio e di vastità di argomenti affrontati, le porte aperte a critiche e ricerche storiografiche ulteriori sono a dir poco numerose. Allo stesso modo, l’opera precedentemente richiamata di Vaudagna, fondamentale per inquadrare il contesto culturale entro cui i fascisti recepirono ed interpretarono la situazione americana, risulta oggi quanto mai suscettibile di ulteriori approfondimenti. L’autore, poi, tradisce i suoi pregiudizi ideologici quando definisce fascismo e New Deal due «forme di dominio capitalistico borghese». Un’affermazione a dir poco superficiale che basta a farci capire i limiti davanti ai quali si è scontrata, e si scontra, una ricerca storica degna di questo nome.

 

Francesco Carlesi

 

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