NikeParigi, 14 lug – Dopo dieci mesi di restauro la Nike di Samotracia riprende il suo posto sulla prua del Louvre. Oltre un secolo di esposizione al grande pubblico aveva desaturato la sua carne di marmo e reso necessario un maquillage, costato 4 milioni di euro, in parte donati dai fan della Vittoria alata.

Come una diva si è dovuta sottrarre allo sguardo indiscreto dei voyeurs per rifarsi il trucco e tornare a calcare la scena più bella che mai. Ha così mosso il passo che finta da oltre 2mila anni e sceso finalmente la scalinata Daru del Louvre per andare in clinica, nella Sala dei sette camini. I suoi ammiratori in attesa fuori, impazienti e morbosi, quasi pornografici, devoti alla dea, incatenati al mistero di quel corpo senza volto in cui si rispecchia l’anima dell’osservatore.

La Nike di Samotracia da tempo non è più solamente una statua: è un’icona. Un’icona imperfetta di perfezione, che distrugge la simmetria e squarcia l’occhio più della tela di Fontana. Una figura divenuta inferenza comune, prodotta in serie come souvenirs, statuette che nascono malformate, rotte, senza braccia e senza faccia. Scarti di qualsiasi produzione, riproduzione fedele di una Vittoria che nell’epoca demitizzata e antieroica, se avesse gli occhi, sarebbe guardata di traverso.

Quella statua potrebbe stare sulla prua di una nave come nella mano di Atena. Nella conchiglia di Botticelli come sulla guglia di una cattedrale gotica. Sulla trincea come una reduce di guerra, con la fronte verso il nemico, come per andare più avanti ancora. Riflette tutti i colori dell’arte e dell’uomo, la sua magnificenza e la sua miseria, la sua luce e la sua ombra, ora dea alata, ora arpia oscura.

La Nike riesce a sciogliere l’ossimoro fra antico e moderno, o forse lo cronicizza, incarnando e scarnificando l’ideale classico di bellezza senza avere una fisionomia. Una cornice vuota in cui però si vede il quadro. Un corpo sensuale e mutilato di cui potrebbe parlare Chuck Palahniuk, di cui hanno parlato D’Annunzio e Marinetti.

Il Vate fece della dea la metafora della “Vittoria mutilata” italiana dopo la Grande guerra, spingendola a camminare il suo passo accennato verso Fiume. La Nike, dopo aver guidato i francesi nei panni della Libertà nel quadro di Delacroix, si trovò nuovamente alla testa di un manipolo, questa volta di legionari. D’Annunzio, “l’ultimo degli ellenici”, la ebbe vicino anche al Vittoriale, sulla prua della Puglia.

BoccioniMarinetti nel Manifesto del Futurismo sfidò con forza e devozione la Vittoria alata a competere con la modernità. “Un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia”. L’automobile declinata al maschile, perché D’Annunzio non l’aveva ancora montata rendendola femmina. La sfida è fra antico e moderno, fra due scie di una stessa onda alta e veloce.
Ma la Nike riesce a correre senza muoversi, il suo dinamismo è affermato dal turbinio del panneggio, dalle ali spiegate, dalla gamba sinuosa che inforca il destino. E ancora una volta, dalla forza che l’osservatore imprime ai gesti invisibili e alle parti mancanti della statua. Dall’idea.

È lo stesso dinamismo che Boccioni soffia sulle vele del suo uomo in marcia, stringendo di nuovo il nodo dell’energia pura che può correre nella Grecia ellenica così come nell’Italia futurista.
È lo stesso movimento del panneggio con cui Tamara de Lempicka veste Madame M., che informa il suo corpo e forma alle sue spalle due ali di seta blu, lo stesso colore che incredibilmente è stato trovato fra le piume della Nike durante il restauro.

Costruita nel II secolo avanti Cristo, ritrovata a pezzi a Samotracia nel 1863, ricomposta chirurgicamente e arrivata a Parigi in treno, lì raggiunta dalla sua prua dieci anni dopo e da una mano un secolo più tardi. Il palmo di proprietà della Grecia, le dita di un museo viennese. Questa è la diva, la Vittoria preda dei venti e degli uomini, di spasimanti innamorati di un volo immaginario.  

Simone Pellico

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