iggyRoma, 30 ago – «Voglio essere il tuo cane»: che l’autore di una canzone intitolata appunto “I wanna be your dog” dovesse un giorno incontrarsi con lo scrittore che ha dato alle stampe un libro chiamato Sottomissione era forse scritto nel destino.

Iggy Pop e Michel Houellebecq: la strana coppia. Strana poi neanche tanto: due sguardi stralunati, rughe che disegnano in faccia rizomi di vita vissuta, una certa tendenza comune a far dispetti ai perbenisti.

«Iggy Pop l’ho scoperto quand’ero molto giovane, ai tempi del primo disco degli Stooges, verso il 1973 (ma in una vecchia intervista indica, più correttamente, il 1969 – ndr). Lui ama molto le mie poesie e, soprattutto, le legge magnificamente, molto meglio di quanto non potrei fare io», spiega lo scrittore, e tutti a cercare su YouTube se è vero (per la cronaca: è vero).

La confessione arriva nella quinta puntata dell’intervista fiume “Un’estate con Michel Houellebecq”, che Le Figaro Magazine è riuscita ad accaparrarsi più che altro perché lui voleva fare un dispetto a Le Monde, che è La Repubblica francese, il luogo dello spirito in cui si danno e si tolgono le patenti di presentabilità e correttezza politica. Una patente con cui Houellebecq ha lo stesso rapporto che hanno certi beoni impenitenti con l’etilometro.

Iggy Pop, quindi. Nel 2000 aveva detto: «Sono cresciuto con i miti del rock, ma non mi ci vedo a discutere a tu per tu con Iggy Pop. So benissimo che esiste veramente, ma non riesco a convincermi che sia reale». Nove anni dopo si sarebbero incontrati davvero, allorché alla rockstar venne chiesto di comporre le musiche per il film de La possibilità di un’isola, il romanzo di Houellebecq che Iggy Pop aveva del resto molto apprezzato. Tanto da incidere Préliminaires, album interamente ispirato dal libro.

Forse nell’universo degli eroi stanchi, esangui, senza qualità dello scrittore, il rock resta l’unica traccia di energia vitale. «È certo – spiega Houellebecq a Le Figaro Magazine – che il rock è stato un momento storico molto sorprendente, limitato nel tempo, una specie di slancio di creatività durato una ventina d’anni. Ma quel rock lì non esiste più».

Per non farsi mancare nulla, certe volte si è dato anche al cinema: «Quando mi dicono che sono un buon attore continua a trovare la cosa strana, mi chiedo se non ci sia un malinteso, ma dopo tutto non devo mica decidere io… Il cinema soddisfa perfettamente il mio lato socievole. Scrivere libri è un’attività terribilmente solitaria, e ogni tanto si ha quanto meno voglia di vedere delle persone». E così via.

Alla redazione di Le Figaro gongolano: e quando ti ricapita di avere un intellettuale isolato dal mondo, prima per scelta personale e poi per alcuni effetti collaterali dell’affaire Charlie Hebdo, che si apre così?

Sullo sfondo c’è appunto la guerra dichiarata a Le Monde. «In questo momento sono inseguito da Le Monde, più precisamente da Ariane Chemin. Quel che fa di solito è un miscuglio di fatti veri, di affabulazioni credibili e di insinuazioni malevole», ha tuonato Houellebecq, ergendosi a difensore della sua privacy dalle occhiute attenzioni progressiste.

«Mi rifiuto di parlarle e chiedo alle persone che conosco di adottare lo stesso atteggiamento», ha risposto via email alla Chemin, che voleva metterlo al centro di una maxi-inchiesta. Affinché il messaggio fosse più chiaro ha messo in copia decine di scrittori e intellettuali, tutti diffidati dal rilasciare dichiarazioni su di lui e anzi caldamente invitati a denunciare la scocciatrice.

Proprio per questo, ha ragione Lanfranco Pace a farne, sul Foglio, l’anti-Saviano. Per la parabola editoriale: se il francese sforna un successo editoriale dietro l’altro, l’italiano, dopo 10 anni, è ancora e sempre “l’autore di Gomorra”. Per il coraggio e l’originalità: Houellebecq prende di petto, in modo geniale, provocatorio e certo talora disturbante, tutti i peccati capitali della modernità, Saviano, quando non parla di camorra, attingendo peraltro a piene mani a meno illustri colleghi, ha la profondità di Topo Gigio (ricordate il tweet sulla Costa Concordia come metafora dell’Italia?).

Per il modo di gestire le responsabilità che derivano dalla scrittura: uno manda tutti a farsi fottere, dell’isolamento si fa un vanto e rispedisce al mittente le scialuppe di salvataggio inviategli dalla cittadella democratica, l’altro continua ad ammorbarci con la sua vita personale rovinata dalla scorta e quando lascia l’Italia fa foto dall’aereo e sui social scrive che non ce lo meritiamo uno come lui.

Insomma, Saviano è lento. Molto meglio Iggy Pop.

Adriano Scianca

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