PSHBigLebowskiRoma, 3 feb – Lo hanno definito in continuazione “un antidivo” e lui, per dispetto, ha deciso di morire da vero divo: Philip Seymour Hoffman, 46 anni, è stato trovato senza vita nel suo appartamento di Manhattan, al numero 35 di Bethune Street, con un ago nel braccio. Una morte per overdose, come gli autentici belli e dannati. Bello, lui in realtà non lo era, almeno non nel senso hollywoodiano del termine. Sguardo penetrante, aria svagata e vagamente affscinante, Hoffman era sempre stato sovrappeso. A chi gli chiedeva se per un certo ruolo avesse scelto volutamente di ingrassare, per esigenze di scena, lui rispondeva candidamente che no, aveva solo mangiato troppo. “Noi Hoffman siamo fatti così”, aggiungeva, come il più insignificante dei nostri compagni di scuola incontrato per caso dopo anni in fila alle poste. Eppure la sua rotondità non ispirava simpatia o tenerezza. Sembrava, piuttosto, densità, spessore, corazza per nascondere chissà cosa. Da qui la tendenza a finire in ruoli disturbati e disturbanti.

Hoffman era nato a Fairport, vicino a New York, nel 1967. Sua madre, Marilyn O’Connor, era un avvocato e attivista per i diritti civili. All’età di 15 anni l’aveva spinto a studiare recitazione. Aveva finito per laurearsi in Arte drammatica alla New York University nel 1989. All’inizio c’era solo il teatro. Niente cinema. Il solito snobismo da shakespeariano di quart’ordine? Nient’affatto. “Non pensavo – ha dichiarato successivamente – che il cinema fosse qualcosa di accessibile a uno come me. Il teatro è reale, tangibile: vai a uno spettacolo e gli attori sono lì, in carne ed ossa. Gli attori di film spesso sono creature che vivono solo sul grande schermo e sulle pagine dei giornali. È come se perdessero ogni forma di realtà. Se vuole era snobismo, ma al contrario: credevo che i film fossero per persone speciali, non per quelli come me”.

Inevitabile, era arrivato anche il momento della dipendenza. Eroina, farmaci, di nuovo eroina. “Il problema era la droga, era l’alcool, era qualsiasi cosa su cui riuscissi a mettere le mani… mi piaceva tutto”. Si fece ricoverare subito dopo essersi laureato. Lunga pausa di serenità. Poi di nuovo, l’anno scorso, si era fatto ricoverare in riabilitazione per abuso di eroina. A maggio aveva passato dieci giorni in una clinica. Era stato senza toccare nulla per 23 anni prima di avere l’ultima ricaduta. Pian piano stava “perdendo ogni forma di realtà”. Stava diventando un divo.

I suoi ruoli, al cinema, vanno dal nerd al cattivissimo, magari entrambe le cose insieme. È il giornalista cinico e amorale di Red Dragon, il boss freddo e spietato di Mission: Impossible III, il Truman Capote nel suo viaggio al termine dell’incubo americano in A sangue freddo, il figlio degenere ed eroinomane in Onora il padre e la madre, il guru alla Scientology in The Master, il prof timido e frustrato de La 25esima ora. Nessuno che sarebbe particolarmente rassicurante veder girare per casa.

Dell’Occidente post-11 settembre aveva detto: “Ha lasciato in noi il sospetto perpetuo che si insinui qualcosa di pericoloso a tramare contro la serenità”. Parlava di ciò che aveva intorno, ma forse pensava a ciò che aveva dentro.

 Giuliano Lebelli

Commenti

commenti

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here