“Uno schianto, non una lagna”. Piazzale Loreto, 70 anni dopo

Piazzale LoretoRoma, 29 apr – “La storia italiana non ha episodi così atroci come quello del piazzale Loreto. Nemmeno le tribù antropofaghe infieriscono sui morti. Bisogna dire che quei linciatori non rappresentano l’avvenire, ma i ritorni all’uomo ancestrale (che, forse, era moralmente più sano dell’uomo civilizzato). Né giova ributtare sulla guerra l’origine unica di questa ferocia. I linciatori di piazzale Loreto non videro mai una trincea: si tratta di imboscati o di minorenni che non hanno fatto la guerra. I reduci di guerra sono, in genere, alieni dalle violenze”.

Sembra di essere di fronte a una descrizione perfetta di quanto, esattamente 70 anni fa, avvenne nella nota piazza milanese sui cadaveri di Benito Mussolini e degli altri gerarchi del fascismo. E invece si resterà sorpresi a leggere la data in cui queste parole furono vergate: 26 giugno 1920. Si resterà addirittura esterrefatti a leggere il nome dell’autore: Benito Mussolini stesso. L’articolo si riferisce alla barbara uccisione, in piazzale Loreto appunto, del vicebrigadiere dei Carabinieri Giuseppe Ugolini, tirato giù dal tram sul quale si trovava, fuori servizio, dai partecipanti a una manifestazione socialista, e finito a coltellate.

Insomma, se “Piazzale Loreto è per gli italiani e gli stranieri la piazza più tragica d’Italia”, come ha spiegato l’ultimo federale di Milano, Vincenzo Costa, va detto che la tragedia non inizia il 29 aprile 1945, ma molto prima. Cosa che del resto gli stessi antifascisti non cessano di ricordare, per “contestualizzare” lo scempio fatto sui cadaveri dei gerarchi fascisti, ma in riferimento non certo a questo primo delitto – di marca appunto “progressista” – bensì ai noti fatti dell’agosto 1944.

La spirale di violenza inizia l’8 agosto 1944, quando un camion tedesco parcheggiato in viale Abruzzi, a Milano, esplode in un misterioso attentato. Sull’episodio, a distanza di 70 anni, restano una serie di interrogativi. A cominciare dal numero e dall’identità delle vittime. La storiografia ufficiale parla di 6 morti, fra cui nessun soldato tedesco (viene spesso citato, a tal proposito, un rapporto della Guardia nazionale repubblicana). Il già citato Costa, nelle sue memorie, parla di sette vittime: cinque soldati tedeschi e due popolane milanesi. Secondo altre ricerche, le vittime furono addirittura 18: cinque soldati tedeschi (che non sarebbero stati annotati nei registri civili italiani) e 13 civili italiani, di cui si forniscono addirittura i nomi: Giuseppe Giudici 59 anni; Enrico Masnata e Gianfranco Moro entrambi di 21 anni, Giuseppe Manicotti 27 anni, Amelia Berlese 49 anni, Ettore Brambilla 46 anni, Antonio Beltramini 55 anni; Fino Re 32 anni, Edoardo Zanini, 30 anni; i ragazzini Primo Brioschi di anni 12; Gianfranco Barbigli di anni 13 e Giovanni Maggioli di 16. Aveva appena 5 anni il piccolo Gianstefano Zatti. Fra i soldati tedeschi è stato spesso ricordato un certo Karl, che per l’indole bonaria e la grande mole pare fosse soprannominato dai milanesi “El Carlùn”.

Piazzale_Loreto_10_ago_1944

I morti dell’agosto del ’44

Sempre secondo Costa – ma la notizia sarà ripresa poi da Pisanò e da tutta la storiografia revisionista – il camion tedesco si trovava in viale Abruzzi per distribuire viveri alla popolazione. Un modo, da parte dei tedeschi, per far superare ai milanesi la diffidenza verso le armate germaniche. L’attentato, se così fosse, avrebbe potuto avere lo stesso scopo di quello di via Rasella, a Roma: suscitare una reazione efferata in modo da gettare un fossato incolmabile fra le forze dell’Asse e la popolazione. Di fatto la bomba non fu rivendicata da nessun gruppo della Resistenza, forse per non assumersi la responsabilità di un atto con così pesanti conseguenze o forse perché fatto da “cani sciolti”.

La richiesta di una rappresaglia, da parte dei tedeschi, fu immediata. L’intervento personale di Mussolini fece sì che le vittime fossero “solo” 15. La mattina del 10 agosto 1944, esattamente 15 partigiani furono prelevati dal carcere di San Vittore e portati in piazzale Loreto, dove furono fucilati da un plotone di esecuzione. I loro corpi furono accatastati nel piazzale, con un cartello che li qualificava come “assassini”. I cadaveri furono lasciati esposti fino alle ore 20.

Sarà ancora Costa a commentare: “La popolazione passava e guardava inorridita. Il nemico aveva raggiunto il suo scopo”. Dell’attentato e della successiva rappresaglia, l’ultimo federale di Milano dirà anche che fu “un episodio in cui solo Satana risultò vincitore”.

Meno di un anno dopo, stesso luogo. Alle 3:40 di domenica 29 aprile una colonna di camion giunge in Piazzale Loreto. Vengono scaricati diciotto cadaveri, fucilati tra Giulino di Mezzegra e Dongo il giorno prima. In quel mucchio di corpi ci sono sei ministri e un sottosegretario del governo della Rsi: Benito Mussolini, Paolo Zerbino, Ruggiero Romano, Augusto Liverani, Fernando Mezzasoma, Alessandro Pavolini e Francesco Maria Barracu. Assieme a loro sono stati uccisi anche Claretta Petacci (il fratello Marcello, che che aveva tentato di scappare gettandosi nel lago, sarà qui raggiunto da una scarica di mitra), il rettore dell’Università di Bologna Goffredo Coppola, l’ex tribuno socialista Nicola Bombacci, il direttore dell’agenzia Stefani, Ernesto Daquanno, il comandante della Brigata nera dI Lucca, Idreno Utimperghe, il colonnello Vito Casalinuovo, e ancora Paolo Porta, Luigi Gatti, Pietro Calistri, Mario Nudi. A Milano, a questi corpi si aggiungono le salme di altri cinque fascisti: uno è Achille Starace, fuori dai giochi da anni e catturato in strada mentre faceva jogging. Pestato a sangue, viene fucilato direttamente a piazzale Loreto, non prima di aver salutato romanamente il corpo del suo capo. Gli altri non si sa chi siano, forse anonimi fascisti o magari ignari passanti uccisi per uno scambio di persona, cosa frequente in quelle giornate.

protesta-forconi-piazzale-loreto-milano-7Quando i milanesi si svegliano, la notizia passa di bocca in bocca per tutta la città e ben presto la piazza si riempe. Lo stupore dura poco, presto cede il posto alla ferocia. I cadaveri vengono presi a calci, a sputi. C’è chi vi urina sopra, chi spara ulteriormente sui corpi inermi. Alla Petacci viene alzata la gonna, le si tolgono le mutande. Già alle 11 la situazione non è più governabile e l’idea di appendere i cadaveri più rappresentativi nasce anche per questo. Nel primo pomeriggio, una squadra di partigiani entra in piazza e rimuove i cadaveri, trasportandoli nel vicino obitorio di piazzale Gorini.


Ferruccio Parri, allora presidente del Consiglio del Comitato di Liberazione Nazionale, commentò quest’episodio definendolo “una macelleria messicana”, espressione che avrà una certa fortuna diversi decenni dopo.

L’episodio ha una grande eco in tutto il mondo e colpisce anche il poeta Ezra Pound, che i conti con la giustizia dei vincitori dovrà farli solo qualche giorno dopo. Il 3 maggio 1945 sarà arrestato da partigiani italiani e consegnato ai militari statunitensi. Dopo qualche settimana nella “gabbia del gorilla”, a Metato, ha un collasso e viene portato in infermeria, dove scrive il canto 74, in cui rilegge in chiave mitologica lo scempio di piazzale Loreto. Mussolini diventa una vittima sacrificale: Digonos, il nato due volte, secondo un appellativo che fu di Dioniso, che fu fatto a pezzi e divorato, ma risorse.

L’enorme tragedia del sogno sulle spalle curve del | contadino | Manes! Manes fu conciato e impagliato, | Così Ben e la Clara a Milano | per i calcagni a Milano | Che i vermi mangiassero il torello morto | digonos, ma il due volte crocifisso | dove lo trovate nella storia? | eppure dite questo al Possum: uno schianto, non una lagna, | con uno schianto, non con una lagna, | Per costruire la città di Dioce che ha terrazze color delle stelle, | Gli occhi miti, sereni, non sdegnosi, | fa parte del processo anche la pioggia.

Sulla città di Dioce, intanto, le terrazze riflettevano solo nubi cariche di miseria…

Adriano Scianca

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