A 3 giorni dall’uscita dell’atteso film nelle sale italiane speriamo di far cosa gradita ai lettori de Il Primato riproponendo un bell’articolo del 2003 di Miska Ruggeri su Il Foglio

harlockIl vento cosmico muove il jolly Roger nell’immensità. Si sente solo la triste melodia di un’ocarina accompagnata da un’arpa. Una figura cupa, silenziosa, con una cicatrice lungo il volto e una benda sull’occhio destro si staglia immobile nel castello di poppa. Lo sguardo perso tra l’oceano delle stelle. In mano, un bicchiere di vino. Il lungo mantello volteggia attorno; su una spalla il rapace Tori San che piange; dal fianco sinistro pende una spada, dal destro una “cosmic gun”. I ricordi chiusi nel cuore, “il posto più sicuro che ci sia”, riaffiorano nell’abbraccio della malinconia: il pianeta Heavy Meldar, la tomba di Tochiro, Emeraldas che vaga sotto la bandiera rosso sangue e dal teschio bianco…
È Capitan Harlock, il corsaro nero dei trentenni di oggi, quelli che continuano a portare i capelli lunghi come lui e a credere che i cartoni animati giapponesi hanno salvato una generazione dalle cattive tentazioni della politica. Ed è anche Reiji Matsumoto, il suo papà, che qualche tempo fa confessava: “Il mio sogno è sempre stato vivere come un uomo che, in ogni momento della propria esistenza, è pronto a partire a bordo del proprio vascello, per mari sconosciuti”. Un vascello di carta, certo. Ma non per questo meno capace di fuggire da un presente opprimente, da una civiltà al tramonto, alla ricerca di ideali imperituri. Il percorso di tanti della sua generazione.
Akira Matsumoto, vero nome di Reiji, nasce il 25 gennaio 1938 a Kurume, nella prefettura di Fukuoka. A disegnare manga inizia presto, a otto anni. Alle spalle c’è il trauma della sconfitta – suo padre è un pilota degli Zero, i caccia dell’aeronautica nipponica. Ci sono Hiroshima e Nagasaki, un incubo che si rifletterà nei suoi scenari apocalittici, nei mondi consunti, nelle radiazioni fatali che scorrono come veleni nelle sue storie. La carriera di disegnatore inizia già nel 1953 a quindici anni, quando vince il premio – vale a dire la pubblicazione – per il miglior fumettista esordiente messo in palio dalla rivista Manga Shonen, con “Le avventure di un’ape”. Guadagnarsi da vivere come mangaka, appena finita la scuola secondaria, non è certo facile. Bisogna adattarsi al mercato, lavorare per riviste femminili, realizzare storie romantiche o per bambini. Epperò la vocazione di Reiji, pseudonimo dal significato guerresco, già gran collezionista di cimeli bellici, è tutt’altra: la fantascienza, lo spazio, la guerra. Temi che comincia ad affrontare nei primi anni 60 con “Denko Ozma” (“Lampo elettrico Ozma”) e “Zero Pilot”, ambientato durante la Seconda guerra mondiale, e mai più abbandonati. Non mancano incursioni in altri generi, come il western, sotto l’influenza dei “Sette Samurai” di Akira Kurosawa. Ma ormai, nel suo studio dove campeggia una gigantografia della Terra vista dallo spazio, tutto è pronto per l’epifania a lungo meditata. Perché Reiji Matsumoto è sempre stato Harlock, e ora può rivelarsi nei panni immortali di “Uchu Kaizoku Captain Harlock” (“11 pirata spaziale Capitan Harlock”).
La preparazione è stata lunga, dicevamo, lunga la trasformazione in farfalla. Ospite, comparsa, accenno, evocazione, Harlock albergava da sempre in un angolo della mente di Reiji. Almeno da quando, così recita la vulgata, bimbo balbettante ripeteva l’inesistente parola Arokku, Arokku… In principio (1953) c’è Captain Kingston, bucaniere inglese degli inizi del ‘900, poi lo scienziato Dottor Harlock (1968), il pilota tedesco Harlock di “Pilot 262” (1969), che difende i cieli della Germania ormai vinta a bordo del suo Messerschmitt 262. Poi c’è l’ufficiale spaziale Phantomunt Harlock, divenuto pirata per riconquistare la libertà negata al suo popolo dalla federazione terrestre. E il pistolero con cicatrice Franklin Harlock Jr di “Gun Frontier”, un fumetto ambientato nel Far West, e il pirata dei sette mari Harlock di “Emeraldas”. Insomma, un Harlock compare quasi in ogni opera di Matsumoto, ogni volta con un nuovo passato e un nuovo futuro, come una personificazione mitica.
Del resto l’impenetrabile Harlock, in un mondo apatico abbandonato alle macchine, è fondamentalmente un simbolo. Simbolo di libertà contro una società collettivizzata che imprigiona gli animi, proiezione verso lo spazio siderale, l’ultima frontiera dell’uomo moderno. Incarna l’ideale romantico dello Sturm und Drang, filtrato attraverso l’etica del Bushido e scaraventato nel 2977. Ama la terra, non i terrestri che lo hanno rinnegato. Simbolo è anche la sua astronave-portaerei-galeone, l’Arcadia, dal nome della regione greca dei pastori e dei poeti. Un non-luogo, un’utopia spirituale. Ci si ritrova lì, quasi in una grande famiglia di 41 membri, dopo aver perso tutto, l’amore, i genitori, gli amici più cari, come su una zattera di salvataggio, un’arca di Noè per un’umanità allo stremo, compresa Meeme, la creatura senza bocca unica sopravvissuta del pianeta Yura. Tutti insieme ad affogare il dolore nell’alcool: sakè, bevanda sacra per il Maestro, vino, addirittura un “Brandy di Andromeda”, con grande dispetto della censura. Ma nel momento del bisogno tutti efficienti, pronti a svolgere le proprie mansioni, con coraggio e abnegazione.
Che in Italia Harlock, talvolta dispotico e autoritario, sia stato fatto passare per un anarchico di sinistra, una sorta di Robin Hood delle stelle (“fammi volare, capitano, senza una meta/ tra i pianeti sconosciuti per rubare a chi ha di più”, recitava la peraltro stupenda sigla della serie tv cantata dalla Banda dei Bucanieri), ha davvero dell’incredibile. Specie considerando le idee politiche del nazionalista e tradizionalista Matsumoto.
Basterebbe infatti dare un’occhiata alla saga spaziale della “Corazzata Yamato”. Nell’anno 2199 l’ultima speranza dell’umanità di raggiungere il lontano pianeta Iskandar e prendere il Cosmo Dna è proprio il gioiello della marina militare giapponese affondato dagli americani, che viene ripristinato e trasformato in corazzata stellare; l’equipaggio è spinto dall’orgoglio e dall’amor di patria, da totale devozione alla causa. I cattivi di Gamilas hanno caratteristiche tipicamente yankee. Matsumoto odia il Giappone della meccanizzazione postbellica, la cultura del lavoro industriale che pure garantisce il benessere, denuncia l’incontrollato sviluppo tecnologico e lo stupro della volontà della maggioranza, perché “la giustizia non sta necessariamente dalla parte dei più”, esalta i valori dell’individuo e insieme il cameratismo, la tradizione militare e il rispetto che si deve al nemico. “Abbattere per ricostruire” è la sua posizione di fondo e il Sol Levante imbelle e apatico che gli tocca contemplare lo distruggerebbe volentieri, come talvolta Harlock è tentato di fare con la terra. In fondo tutta la sua opera, in cui non mancano riferimenti ai kamikaze (“Morire portandosi appresso almeno una nave di Gamilas questo è quello che io penso debba fare un uomo”), non è che la rivincita del Giappone.
“Capitan Harlock” sbarcò in Italia nel 1979, importato e trasmesso da RaiDue in 42 episodi. È l’unico cartone giapponese dell’epoca in cui manca una netta distinzione tra i buoni e i cattivi, tra il pirata e le Mazoniane, donne-piante che “bruciano come carta”, della regina Raflesia. È il personaggio definitivo, quello che decreta il successo mondiale (l’Italia non è una tappa solitaria) del suo creatore. Così Harlock-Matsumoto nelle serie successive, pur tra mille crossover e contaminazioni, non si staccherà più da quel fortunato universo. Un universo postmoderno e meticciato dove le donne sono tutte alte, eteree e con lunghe chiome come Meeme e Maya, i personaggi spalla sono tozzi e buffi come l’occhialuto Tochiro. Un universo in cui ovunque, anche sui pianeti alieni, ci si imbatte in cappelloni, pistole e saloon in stile cowboy. La forma circolare degli strumenti domina su tutte le altre. Elementi fin troppo ripetitivi, che hanno finito per stancare il pur devoto pubblico.
Fino al recente colpo d’ala, allorché Matsumoto, sposato con l’illustratrice Maki Miyako, è tornato ancora all’epopea di Harlock con la serie tv “Cosmo Warrior Zero”, dove il protagonista non ancora pirata è alle prese con i Machine Men dominatori della terra. E soprattutto con la trilogia “Harlock Saga – L’anello del nibelungo”, stupenda rinarrazione in chiave fantascientifica delle opere di Richard Wagner (nonché ennesimo legame intessuto tra il Capitano, un Sigfrido dall’occhio azzurro scuro, e il nazismo). Che il binomio spazio-musica classica, funzionasse alla perfezione lo sapevamo già da “2001, Odissea nello spazio”. Matsumoto prova ad andare più in là, fino a concepire un Walhalla non solo dimora degli dei, ma anche fulcro dell’intero universo. La magia di Harlock, come la fenice, è rinata dalle sue ceneri.

Miska Ruggeri – Il Foglio

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