langone pensieri del lambruscoRoma, 16 lug – “Vidi la patria invasa e mi rifugiai nel lambrusco”. Camillo Langone non ha bisogno di detrattori, dato che ne ha già più che a sufficienza. A sorprendere, però, è che nessuno abbia ancora – a quanto ci risulta – tentato l’accostamento del suo ultimo libro (Pensieri del lambrusco. Contro l’invasione, Gli specchi Marsilio, 175 pp, 16€), con battute come “Levategli il vino” o altre banalità simili. Operazione sin troppo facile? Forse sì, ma anche a rischio figuraccia: perché il lambrusco non è l’accompagnamento che Langone ha scelto mentre scriveva. O almeno, non solo: si tratta – spiega l’autore – dell’ “unico vero vino autoctono italiano, derivante non dalle viti caucasiche portate dai greci ma dalla vite selvatica presente ben prima della storia nella foresta primaria padana”. Vino rosso autoctono come antidoto. Può far sorridere, ma nasconde una grande verità: per contrastare l’invasione in atto non basta respingere, non basta chiudere, serve anche e soprattutto riscoprire la propria identità. E Langone lo fa cominciando dalla base, dalla cultura del buon cibo e del buon vino.

Il libro non è comunque un manuale gastronomico. Tutt’altro. Nell’opera, l’autore (giornalista de Il Foglio e de Il Giornale) organizza una serie di pensieri in parte già editi – principalmente nella rubrica “Preghiera” che cura sulle pagine del quotidiano fondato da Giuliano Ferrara – e lo fa per temi: dall’ambientalismo al veganismo, dall’omosessualismo all’ateismo, dall’immigrazionismo al multiculturalismo. Prende in contropiede, a tratti, la capacità di Langone di spaziare in tanta vastità di argomenti, mantenendo sempre un tono sostenuto, provocatorio, qualche volta rassegnato ma “ricordandomi che una continuità poteva ancora esistere”.

Nell’epoca del risentimento, praticamente ogni pagina stuzzica l’indignazione a comando tanto in voga. Partendo dallo strano connubio ambientalismo-minimalismo, specchio della decadenza oltre che dell’antiromanticismo, perché “nessuno aveva mai visto coppie di innamorati commuoversi davanti a distese di pannelli solari. Mentre invece era languidissimo, di notte sulla spiaggia, osservare insieme le luci delle piattaforme petrolifere al largo” (p. 10). Leggiamo poi a pagina 63: “Alla Triennale cominciava «Il tempo delle donne», un festival contro la differenza sessuale e quindi contro l’uomo”. In meno di due righe, la miglior spiegazione della cosiddetta ideologia gender. E ancora (p. 65): “«La creazione per la donna è la procreazione: fanno dei bambini, ma non riuscirebbero mai a dipingere il soffitto della Cappella Sistina», aveva scritto Salvador Dalì”. Non ditelo alla Boldrini, che oltre a vietare Langone a questo punto rischia di censurarci, nella sua follia da epigona dell’Isis, anche l’artista catalano. Avete sempre pensato che religione cristiana e immigrazione vadano a braccetto? Non bastassero le parole di Benedetto XVI, anche Langone ne ha: “Nel Vangelo il prossimo era un singolo, non un continente […] Nel Vangelo l’amore era chiesto da Dio, non imposto da Cesare: non vi si adombrava in alcun modo la vigente dittatura dell’altruismo” (p. 75). Non mancano riferimenti ad Ezra Pound ed Ernst Junger in rapida successione, senza dimenticare la bellissima Marion Le Pen, che in una Francia con il triplo dei nostri problemi è “il più bell’anticorpo”, mentre noi di anticorpi non ne abbiamo. Al massimo la Boschi che però, a differenza della prima, non venera santa Giovanna d’Arco.

Langone non ci dice come combattere l’invasione. E non è neanche compito suo. Le sue provocazioni però aiutano, tracciano il confine tra sciovinismo e identità. Discrimine necessario se si vuole abbandonare il conflitto manicheo tra chi sostiene l’ondata immigratoria e chi vi si oppone, con uno stucchevole abuso di retorica da entrambe le parti. Perché si potrà forse anche arrestare l’afflusso allogeno, se però non riprendiamo a vederci come nazione (e ricominciare a fare figli) allora la continuità nella quale spera l’autore verrà immancabilmente meno. Ma per fare ciò serve ripartire dai fondamentali.

Filippo Burla

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