Roma, 7 dic – In un articolo pubblicato su questa testata, Giovanni Damiano ha aperto uno spiraglio rispetto alla leggendaria ma oramai misconosciuta scuola gesuitica di Salamanca, presentata giustamente come un’antesignana dell’odierno mondialismo, almeno sotto il profilo ideologico.

Damiano ha affrontato la questione da punto di vista della superstizione monogenista. Ora affronteremo un argomento correlato, seppur all’interno di una cornice teorica di stampo tomista che vede l’umanità non semplicemente come un dato di fatto biologico (indi oggettivo) rispetto al quale le culture storicamente incarnate fanno la differenza, bensì come un obiettivo politico da perseguire attivamente attraverso la soppressione delle culture medesime.

Esiste infatti una forma di impostura culturale nota come “tradizionalismo cattolico” (che è come dire sovversione conservatrice) che vanta una sorta di verginità culturale nei confronti dell’attuale chiesa mondialista nel nome di una “purezza delle origini” che sarebbe stata pervertita con il Concilio Vaticano II dall’infiltrazione degli ebrei, o dei massoni o dei satanisti o di qualche altra entità astratta ed onnicomprensiva a cui dare complottisticamente la colpa di tutto.

Ma è proprio dalla scuola di Salamanca che fra il sedicesimo ed il diciassettesimo secolo si è sviluppata la dottrina giusnaturalistica che sarà poi alla base del liberalismo classico e successivamente delle teorizzazioni ordo-liberali mitteleuropee. Hayek, il più lucido e pericoloso teorico liberale del 20esimo secolo, era profondamente cattolico, ed anzi auspicava una riconciliazione fra liberalismo e cattolicesimo in funzione soprattutto anti-socialista, dove ovviamente per “socialismo” la Scuola Austriaca intende qualunque forma di intervento dello Stato nel mercato, fosse anche semplicemente per scopi redistributivi.

Tutta la polemica liberale contro il “costruttivismo socialista” nasce dall’idea dell’ordine sociale spontaneo, guidato da una legge trascendente alla volontà umana, che non può essere governata dalla ragione, ma solo assecondata nel suo necessario sviluppo socio-economico.

È dai tempi di Schumpeter che sappiamo bene come la dottrina economica classica non sia stata inventata da Smith, Hume, Malthus e Ricardo, ma sia nata all’interno del mondo scolastico spagnolo e sviluppata dai tomisti italiani e francesi ispirati alla scolastica stessa. Addirittura, vi è stato chi, come Emil Kauder (uno di massimi rappresentanti del marginalismo anglo-tedesco e cattolico praticante) ha accusato Smith di aver riportato il pensiero economico al medio-evo, prima della scolastica, elaborando la dottrina rivoluzionaria ed “eversiva” del valore-lavoro, più tardi adottata anche dall’analisi di Marx. Dottrina pericolosissima, perché se si accetta che i costi determinino generalmente i prezzi, allora tutta l’enfasi sulla scarsità di mezzi di pagamento come condizione necessaria per mantenere stabili i prezzi, indi tutelare il potere d’acquisto dei consumatori, decade miseramente come una sorta di pensiero magico fuori tempo massimo.

Il teologo gesuita Luis Molina fu infatti il primo autore di cui abbiamo memoria in cui abbiamo una difesa incondizionata del diritto di proprietà inteso come legge naturale, persino nei confronti del sovrano, e questo è in un certo senso rivoluzionario se si pensa che alla sua epoca l’Europa intera era in mosaico di autocrazie ereditarie. L’antistatalismo liberale ha avuto come antesignano esattamente quello cattolico-scolastico, che presentava la difesa dell’arbitrio del feudatario ed in generale del ricco rispetto alle rivendicazioni “materialiste” del povero come difesa dell’individuo dallo strapotere dello Stato assoluto che viola la “legge naturale” di Dio.

In generale, quando qualcuno si presenta come filantropo, è molto probabile che stia tentando di fregare qualcuno, ma transit.

Esiste, è vero, una differenza sostanziale fra cattolicesimo e protestantesimo rispetto alla miseria. Pur partendo entrambi da una accettazione incondizionata del libero mercato concorrenziale come istituzione “naturale” rispetto alla quale ogni opposizione diventa pericolosa, la dottrina sociale cattolica tenta di temperare gli inevitabili effetti della stessa attraverso la carità. I ricchi, in pratica, proprio per il fatto che sono ricchi, indi hanno beneficiato della grazia di Dio (essendo appunto il mercato una istituzione naturale e non storica, e quindi opera di Dio stesso), hanno anche il dovere morale di lasciare ai miserabili le loro briciole. Nel protestantesimo, ed in particolare nel calvinismo, homo sine pecunia est imago mortis, e la povertà è una colpa individuale. Non solo quindi i ricchi non hanno alcun dovere di solidarietà per le classi inferiori di censo, ma addirittura godono di uno status moralmente superiore ad esse. Non ci stancheremo mai di ribadire che il protestantesimo è il male del mondo.

In ogni caso, tanto il cattolicesimo quanto il protestantesimo condividono un’avversione di fondo per lo Stato, che li rende funzionali al mondialismo. Anche Roepke, massimo teorico dell’ordoliberalismo tedesco, credeva nella conciliabilità del liberalismo con il cristianesimo proprio sulla base della difesa “dell’individuo” dall’arbitrio dei pubblici poteri “socialisti” in senso lato. Fascismo, socialdemocrazia e comunismo vengono infatti messi sullo stesso piano come intrusioni “socialiste” dello Stato nel pieno dispiegarsi delle forze di mercato guidate dalla razionalità strumentale degli attori economici.

In questo senso la scuola di Salamanca può essere considerata antesignana rispetto al mondialismo, ed in questo senso ha perfettamente ragione Damiano a considerare l’Onu come una sorta di prosecuzione dell’ecumene cristiano con altri mezzi, in particolare finanziari.

Matteo Rovatti

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