SoundgardenDetroit, 18 mag – La notizia dura e cruda è questa: Chris Cornell, storico leader dei Soundgarden e poi degli Audioslave, è morto nella notte a Detroit dopo un concerto, aveva 52 anni. Ma chi scrive non si limiterà, per una volta, a dare la notizia dura e cruda. Se avete tra i 30 e i 40 anni, se nella vostra adolescenza siete stati attenti all’ambiente musicale, sicuramente saprete cosa sia il Grunge, e se conoscete il Grunge allora sicuramente conoscerete i Soundgarden, tra i massimi esponenti della nuova ondata melodica che si originò a Seattle all’inizio degli anni ’90 insieme ai Nirvana, Alice in Chains, Stone Temple Pilots, Pearl Jam e Mudhoney. Mostri sacri della musica, per chi scrive. Vi avviso, l’articolo che state leggendo è spietatamente fazioso, oltremodo schierato, assolutamente incensante, e se per voi il Grunge è stato qualcosa da dimenticare, se quando sentite l’attacco di “Black hole sun” oppure di “Even flow” cambiate stazione radio, allora non continuate nella lettura: perché la musica, al di là delle capacità tecniche di chi la compone, è la forma d’arte che forse più di ogni altra tocca l’anima di una persona, è uno dei modi che ha sviluppato l’uomo per esternare le proprie emozioni e quindi per scatenarne altrettante, e chi scrive, avendo vissuto nel pieno quegli anni, è stato fortemente influenzato dal “sound di Seattle” e ancora oggi, a più di vent’anni di distanza, ne risente l’influenza, assumendo certa musica a parametro di giudizio assoluto con tutto quanto è venuto dopo.

Chris Cornell è morto, e così raggiunge altri famosi esponenti del Grunge che hanno bruciato in fretta il tempo concessoci su questa terra: oltre al famosissimo Kurt Cobain leader dei Nirvana ricordiamo anche Layne Staley, fondatore degli Alice in Chains deceduto nel 2002 e Scott Weiland, voce degli Stone Temple Pilots venuto a mancare nel 2015. Quella che veniva chiamata, un po’ troppo sbrigativamente, da critici e sociologi la “generazione X” ha perso un altro dei suoi miti fondanti, sopravvissuto alla morte della corrente musicale che aveva contribuito a far nascere sin dai tempi dei Temple of the dog, progetto artistico che vedeva coinvolto Chris Cornell insieme ad Eddie Vedder, frontman dei Pearl Jam. Perché il Grunge è morto, ed è morto proprio con uno degli ultimi album dei Soundgarden, “Down on the upside”, nel 1996, ma è giusto così: del resto la gioventù brucia in fretta le proprie passioni ed i propri dolori, urlati tra riff di chitarre distorte e ballate cupe dalle sfumature dark come in “Fell on black days” o “4th of July” (dall’album Superunknown – 1994); anche la rabbia giovanile verso una società che stava cambiando troppo velocemente ormai era del tutto esaurita: lo stesso Cobain scriveva “teenage angst has paid off well, now I’m bored and old” e forse per questo fu il primo a decidere di lasciare questo mondo. Ma Chris Cornell, se pur tra alti e bassi carrieristici (chi scrive pone gli Audioslave tra i suoi bassi), rappresentava la continuità ideale e sentimentale con quegli anni. Il progetto dei Soundgarden era finito quando il Grunge ormai non aveva più nulla da dire: non si era evoluto in altro, come è stato per i Pearl Jam, nonostante la recente reunion che li ha visti protagonisti. Chi ha avuto la fortuna di ascoltarli nei loro ultimi concerti, come quello di Milano nel 2012, sa che i Soundgarden non erano cambiati di una virgola rispetto al 1996, con la voce di Chris Cornell ancora capace di emozionare con escursioni vocali che coprivano quasi tutti i registri e con gli stessi identici riff di chitarra distorta: un tuffo nel passato, un turbine di emozioni per delle canzoni che non hanno segnato solo un’epoca, ma hanno segnato nel profondo un’intera generazione di adolescenti ormai diventati adulti.

Adulti che oggi, con la morte di Chris, avvenuta, per uno scherzo del destino, lo stesso giorno della morte di un altro grande della musica, Ian Curtis, si sentono un po’ più consapevoli della propria maturità: la giovinezza è davvero finita quando muoiono i miti che l’hanno caratterizzata. Chris, Layne, Scott e Kurt sono morti, il Grunge anche, ma resterà per sempre la loro musica che è stata l’unico vero momento innovativo e di rottura, nel campo musicale, degli ultimi 30 anni: dopo di loro il vuoto, come quello, terribile, che hanno lasciato.

Paolo Mauri

Commenti

commenti

5 Commenti

  1. Ian Curtis..

    ” Here are the young men, the weight on their shoulders,
    Here are the young men, well where have they been?
    We knocked on the doors of Hell’s darker chamber,
    Pushed to the limit, we dragged ourselves in..”

    era il Maggio 1980 e qualcuno già diventava maggiorenne quando leggeva la morte per suicidio di questo autentico Poeta di Manchester,o meglio ed ancora più fascinosamente di Macclesfield della grigia provincia mancuniana.

    una musica terribilmente di DESTRA tra parole impressionanti come quelle qui riportate e suoni con armonie e riverberi in una esperienza artistica unica degna del miglior Romanticismo e firmata Joy Division;

    ” ecco a noi dei giovani Uomini,
    con un pesante fardello sopra le spalle
    ecco a noi dei giovani Uomini
    dove saranno mai andati ?

    bussammo alla porta della camera più scura dell’Inferno,
    e spinti oltre ogni limite,non abbiamo potuto che ivi
    trascinarci a forza..”

    (Decades,Joy Division)

  2. Caro nemesi, io che sono più giovane, quando dieci anni fa ascoltai per la prima volta “Closer” ha praticamente dato la spallata alla mia adolescenza frivola.

    • caro Saul.
      grazie per la tua apprezzatissima testimonianza.

      quello che posso umilmente dire (alla luce di quando Ian Curtis cantava “i remember when we were young” cioè “ricordo quando eravamo giovani” – e non aveva nemmeno 23 anni)
      è che la differenza tra musica e arte…

      è proprio questo asincrono “passaggio del testimone”,ove gli anni sono solo una entità quasi astratta,da calendario;

      è un pò come vedere un ritratto fotografico in bianco/nero o seppia dei primi del 900,oppure un dipinto dello stesso medesimo periodo:

      nel primo caso vedi una persona ormai morta,nel secondo una ancora viva e vitale negli anni che passano; ecco per me i Joy Division rappresentano un punto di incontro nella loro artistica drammaticità tra quella foto e quel dipinto.

      (ringraziando Primato Nazionale per ospitare gentilmente questo scambio di vedute..)

  3. Caro Nemesi hai già detto tutto e di piu’ su Ian Curtis e di questo ti ringrazio. Concordo anche con Saul. Anche a me ascoltare i Joy Division la prima volta fece quel terribile e catartico effetto. Abbracci.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here