bandiera-tricolore-italianaRoma, 7 gen – Pochi lo sanno, perché si tratta della solita ricorrenza messa lì sulla carta e di cui non frega nulla a nessuno, ma oggi, 7 gennaio, è la Festa del Tricolore. Ovvero la Giornata Nazionale della Bandiera, istituita per celebrare la nascita a Reggio Emilia del tricolore italiano, che avvenne ufficialmente il 7 gennaio 1797. Che il fatto passi in sordina è dire poco e se ne capisce il motivo: il Pd è ormai apertamente il partito dell’antinazione, la Lega con il tricolore non ha mai avuto grande feeling (ed è ovviamente un eufemismo), la destra o il centrodestra esistono solo come residui inerti di se stessi, i cattolici la considerano una bandiera massonica e anticlericale e gran parte dell’estrema destra si accoda al carrozzone bigotto.

Ovvio che a nessuno venga in mente di celebrare il drappo per cui tanti giovani sono morti in almeno due guerre mondiali e in tutta l’epopea risorgimentale. Al di là delle complesse vicende che portarono i patrioti, sul finire del XVIII secolo, a optare per quei tre colori, va del resto ribadito come tale scelta non sia affatto stata casuale. Il verde bianco rosso fa infatti parte della nostra identità collettiva da molto prima che l’Italia fosse unificata politicamente. Un’eredità ancestrale che per volontà consapevole di pochi o per suggestione “magica” ha finito per riverberarsi nel progetto risorgimentale. Progetto su cui gravava una profonda ipoteca romana.

Ha scritto Renato del Ponte: “A Roma i tre colori connotano peraltro anche le tre tribù primitive dei Ramnes, dei Luceres e dei Titienses, con le quali Romolo crea la prisca città, retaggio di una tradizione forse ancora più antica, sì che, volendo disegnare il sito della Roma originaria sulla base di questa tripartizione, otterremo la tavolozza del nostro Tricolore, con al nord il verde dei Titienses, al centro il bianco dei Ramnes ed al sud il rosso dei Luceres. Ma in Roma i tre colori hanno avuto tanta importanza, da apparire proprio nel contesto delle bandiere. Queste, di colore album, roseum, caeruleum, venivano issate sul Campidoglio per convocare, rispettivamente, i comitia curiata (a carattere sacrale), centuriata (militare) e tumultus collettivo”. È stato anche notato come richiami più o meno velati al tricolore compaiano spesso nell’Eneide, il poema sacro dell’avventura imperiale augustea. Giovanni Pascoli, in particolare, si soffermò sulla figura di Pallante, figlio di Evandro, alleato di Enea nella guerra contro Turno, re dei Rutuli. Nella visione di Pascoli, Pallante, ucciso in combattimento da Turno, è il primo eroe caduto per l’Italia. Nell’Eneide si legge che il feretro di Pallante fu intrecciato con ramoscelli di corbezzolo e rami di quercia. Pascoli vedeva nel feretro di Pallante il primo tricolore, perché nel corbezzolo, tra le foglie verdi, spuntano ancora i fiori bianchi quando già le bacche sono rosse. A Roma anche le fazioni delle corse dei carri al circo riproponevano lo stesso schema cromatico: c’erano i russati, gli albati e i virides, rispettivamente sacri a Marte, a Giove e a Venere.

Ne L’ideologia tripartita degli Indoeuropei, anche Georges Dumézil ha scritto: “Un sistema completo a tre termini del simbolismo colorato s’incontra due volte nelle istituzioni romane. Il caso più interessante è quello dei colori delle fazioni del circo che assunsero grande importanza sotto l’impero e nella nuova Roma del Bosforo, ma che sono sicuramente anteriori all’impero e che gli studiosi di antichità romani collegarono del resto alle origini stesse di Romolo”. Lo storico delle religioni francese ricorda anche che le già citate tre tribù romane originarie avevano un significato sia etnico (Latini, Etruschi, Sabini) sia funzionale (sacerdoti, guerrieri e pastori). L’interesse di Dumézil non è casuale: i tre colori di Roma sono infatti un retaggio della tripartizione indoeuropea, come peraltro è riscontrabile ancora oggi nei drappi di varie nazioni formatesi nel vasto territorio segnato da tale influenza, dall’Iran all’Irlanda. In tale quadro, il bianco rappresenta la purezza, il rosso la forza e un terzo colore scuro meno definito la fecondità: si va, a seconda delle tradizioni, dal verde al blu scuro fino al nero. In quest’ultima variante, abbiamo i tre colori che molti oggi chiamano “la bandiera della Tradizione”, di fatto molto simile a quella che fu la bandiera della Germania prima di Weimar. Sono i colori di Agni, dio del fuoco dell’India vedica (“Nero, bianco e rosso è il suo cammino”, dice il Rgveda).

Sono i colori dell’Europa, capaci ancora oggi di evocare inconsci entusiasmi e altrettanto inconsapevoli repulsioni, a seconda della razza dello spirito a cui si appartiene. In questa tradizione, l’Italia è pienamente e legittimamente inserita, a dispetto dei tanti teutomani anti-italiani ma anche di tanti piccolo-nazionalisti dagli orizzonti limitati. Oggi, tuttavia, quella bandiera è gettata nella spazzatura. Ma forse attende solo che qualcuno la vada a raccogliere.

Adriano Scianca

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5 Commenti

  1. Non dimentichiamoci poi che il rosso, il bianco e il verde sono colori caratteristici del picchio, che è un animale sacro agli italici delle primavere sacre, che lo identificavano con Marte.

  2. Quella bandiera che sembra ormai oggi finita nella spazzatura o chissà dove, sarebbe ora d’andarla molto in fretta a riprendere: per rimetterla come e dove è già stata altre volte… davanti a centurie all’attacco

  3. non credo che i veneti apprezzino

    e comunque questa bandiera ha portato piu male che bene
    a cominciare da 2 guerre mondiali e l odierna crisi

    oltre che la distruzione di genti e popoli sotto i suoi colori

    e con il rispetto che boldrini e seguito ne portano cercando di cambiare i valori che comunque ha nella costituzione
    pare sia caduta nel cesso definitivamente

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