vattimoRoma, 30 gen – È tutta una questione di fraintendimenti. E autofraintendimenti. È stato così che un filosofo di ampia credibilità accademica è finito a farsi “rimbalzare” dagli smanettoni pentastellati come un qualsiasi diciottenne di periferia sula porta di una discoteca chic. Lui è Gianni Vattimo, aspirante grillino. Frainteso o, probabilmente, autofrainteso. Poco avvezzo alle finezze dell’ermeneutica, Grillo ha tuittato impietoso, rispedendo al mittente il corteggiamento del già deputato europeo dipietrista: “Vattimo non è candidato né candidabile alle elezioni europee con il Movimento 5 Stelle”.

Gianni Vattimo, Philosoph und Politiker, dunque, come il Nietzsche di Alfred Baeumler, il sulfureo esegeta messo dietro la lavagna per non aver colto il carattere “allegorico” di Zarathustra. Da qui i “pericoli di fraintendimento (e di autofraintendimento) della ‘dottrina’ nietzscheana”. Così ne Il soggetto e la maschera, del 1974. Dove si spiega che nel gran Federico “forza, potenza, violenza hanno un senso fondamentalmente ermeneutico”. E del resto “Nietzsche non è l’Oltreuomo e proprio per questo non può dare una interpretazione coerente e inequivoca della propria visione profetica”. Nella seconda edizione, risalente agli anni ’90, il filosofo torinese, bontà sua, aggiunge di ritenere “più problematico di quanto non appaia nella prima edizione l’incontro tra eredità nietzscheana e ‘movimento rivoluzionario del proletariato’”. Meno diplomatico, Domenico Losurdo, nel suo monumentale Nietzsche, ribelle aristocratico, ha parlato di un “processo di trasfigurazione e sublimazione che ha del vertiginoso”.

Questo alla voce Nietzsche. Va poi aggiunta la radice heideggeriana, nella convinzione che “si può parlare, riprendendo, non del tutto arbitrariamente, la terminologia applicata alla scuola di Hegel, di una destra e di una sinistra heideggeriane” (introduzione a La scrittura e la differenza di Derrida). Sinistra heideggeriana di cui si cercherebbe invano traccia nelle righe dello sciamano di Messkirch. E poi l’ermeneutica, cioè Hans Georg Gadamer, che certo è politicamente meno impegnativo, partecipazione ai corsi della Nazionalsozialistiche Dozentenakademie del 1935 a parte. Un autofraintendimento passeggero, forse.

Finisce però che anche Vattimo si autofraintenda. È il caso della fortunata formula del “pensiero debole”, titolo di un volume collettaneo del 1983 curato insieme a Pier Aldo Rovatti. Sostanzialmente, si tratta di affermare che “la fine della metafisica, in politica, ha […] il suo autentico parallelo nell’affermarsi della democrazia” (La società trasparente). Nel passaggio dall’un piano all’altro, tuttavia, è lo stesso Vattimo a essere sedotto dalle dolcezze di un approccio forte. Troppo forte. Dopo i sogni golpisti di Asor Rosa, per dire, Vattimo spiegò che forse era anche troppo poco, che “l’Italia è (ri)diventata un paese fascista”, chiedendosi se “può una tornata elettorale ordinaria valere come base di legittimità per il cambio della Costituzione?” (Il Fatto Quotidiano, 16 aprile 2011).

Se “una tornata elettorale ordinaria” (?) è poca cosa, meglio sperare nel popolo alla macchia o nel suo surrogato valsusino. E poi, cos’altro? L’infatuazione per il ben poco “debole” Chavez o l’ancor meno postmoderno “Viva Castro, viva Fidel!” con pugno chiuso ritmato in faccia al dissidente Guillermo Fariñas premiato dall’europarlamento. E sarebbe questo il “comunismo postmoderno” (La Stampa, 16 gennaio 2007) che, “con uno stile un po’ più ironico e anarchico”, prepara “nuove forme di esistenza delle quali, per ora, abbiamo solo un vago sentore”? Le durezze guerrigliere vengono in ogni caso messe a bagno in cose disarmanti come la confessione senza pudori a Vanity Fair degli amori giovani, cubisti (no, non nel senso di Picasso…) e non ricambiati. “Perché non ti tieni queste cose per te?”, pare abbia domandato un collega, sgomento. Il cronista di Vanity chiese se il personaggio in questione non fosse per caso Umberto Eco. “Non mi faccia prendere querele, per carità, no comment”. Sia mai che il semiologo dovesse fraintendere.

 Adriano Scianca

(uscito sul Foglio di mercoledì 29 gennaio 2014)

 

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