venetiPadova, 24 ott – Fino al 17 novembre il Palazzo della Ragione a Padova ospita la mostra archeologica “Venetkens”, una vasta ricostruzione delle più recenti scoperte provenienti da numerosi musei. Marsilio ha inoltre pubblicato un’ampia guida ricca di saggi storici e fotografie a colori.

La mostra è strutturata in un percorso articolato e dettagliato che riassume tutti i più importanti aspetti della vita quotidiana dei Veneti antichi. Questo popolo, proveniente probabilmente dalla penisola Greca o dal Caucaso, si stanziò tra la Valle del Po e la Valle dell’Alto Piave in un arco di tempo che va all’incirca dal XII al I sec. a.C., quando l’integrazione sotto l’autorità di Roma era ormai pienamente compiuta.

A stretto contatto con gli aggressivi Celti e Reti, i Venetkens – questo il nome etnico ricavato da un’incisione – riuscirono a dare vita a una piccola ma vivace civiltà che strinse proficui rapporti commerciali con l’Etruria, la Grecia e i Paesi Baltici. La lavorazione dell’ambra, della ceramica e del bronzo era infatti un’attività molto diffusa e tecnologicamente sviluppata, a cui si affiancava l’allevamento dei rinomati cavalli e la produzione di vetro colorato.

Le attività di artigianato e di allevamento, nonché la coltivazione dei campi, avvenivano nel contesto di villaggi delimitati anche all’interno da pietre confinarie dette aklon, a indicare la proprietà individuale. La struttura sociale della comunità si fondava sul nucleo famigliare, che spesso si ricongiungeva in una stessa urna anche dopo la cremazione, e sull’autorità delle caste nobiliari. I corredi funebri rinvenuti in alcune delle tombe più antiche hanno permesso di distinguere i notabili della città grazie agli oggetti simbolo del loro ruolo, ritrovati assieme ai resti del defunto.

L’ambiente familiare era protetto da animali simbolo, che spesso erano anche quelli offerti in sacrificio agli dèi. A fianco del focolare, a custodia del fulcro della casa, venivano quindi collocati manufatti raffiguranti arieti, cavalli, o animali dalle forme miste.  Popolo profondamente religioso, i Veneti hanno lasciato testimonianza di offerte votive in bronzo raffiguranti guerrieri, donne nel tipico abbigliamento o oggetti di uso comune incisi con dediche. I santuari dei Veneti, di cui si hanno testimonianze in Este e Lagole, sorgevano spesso in prossimità di fonti d’acqua considerate sacre o curative. I corsi d’acqua – Po, Adige, Brenta, Piave… – avevano infatti per questo popolo un ruolo fondamentale nella vita quotidiana ma anche nel tracciare un confine territoriale. Inoltre è anche attraverso i fiumi che i Veneti risalirono le valli e abitarono i luoghi da loro raggiunti nel corso dei secoli.

Le testimonianze raffigurative giunte sino a noi su lamine, scudi e vasellame bronzei mostrano una civiltà vivace ed evoluta. Alle rappresentazioni di bestie si affiancano numerose incisioni di combattimenti, di sposalizi, di religiosità e altro, che aiutano indubbiamente nella ricostruzione della quotidianità di questo popolo.

La lingua dei Venetkens, di cui testimoniano numerose lamine e ad esempio alcune pietre sacre confinarie, è del ceppo indoeuropeo. Benché sia caratterizzata da segni grafici simili all’etrusco, è tuttavia più simile nella pronuncia e grammatica al latino, tanto che l’integrazione sotto le insegne di Roma non fu per nulla difficoltosa o traumatica. Dell’appartenenza al ceppo indoeuropeo danno testimonianza anche le molte raffigurazioni e incisioni di carri trainati da cavalli, asce bipenne, simboli solari e circolari o le svariate spirali che ad esempio si ritrovano nelle impugnature delle spade o nei gioielli.

Gli uomini di questo popolo venivano talvolta sepolti assieme al proprio cavallo – ekvo. L’importanza di questo animale è confermata dalle molte raffigurazioni rinvenute e costituiva una delle principali risorse di scambio commerciale. Perciò i Veneti antichi venivano anche chiamati “il popolo dai bei cavalli”.

Francesco Boco

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