wagnerRoma, 15 ott – Secondo il filologo Walter F. Otto «la forma originaria della realtà del mondo, rivelatasi nel mito, deve farsi presente nelle azioni e nelle istituzioni della vita dell’uomo». Il mito, in quanto azione e linguaggio, si traduce quindi in realtà vivente, il suo discorso è il fondamento dell’essere umano autentico.

È in quest’ottica che è possibile comprendere l’importante pamphlet di Richard Wagner I Vibelunghi, pubblicato dalle Edizioni di Ar in concomitanza dei 200 anni dalla nascita del Maestro. Scritto nel 1848, questo libro appassionato e luminoso non bada a finezze filologiche e a precisione accademica, ma ricostruisce il senso profondo e l’espressione storica della saga dei Nibelunghi in un racconto ispirato da volontà di rigenerazione.

Wagner indica nei Vibelunghi i legittimi eredi della regalità originaria. Il mito tramanda il ricordo del primo patriarca, detentore del potere spirituale e regale, regnante tra le vette del Caucaso su quei popoli guerrieri che dall’Asia emigrarono in seguito in Europa. La legittimità del suo potere e la potenza della sua autorità gli venivano dal possesso del tesoro dei Nibelunghi, vale a dire dal possesso della terra stessa. Ma come l’eroe aveva riscattato il tesoro dalle forze oscure che lo custodivano nelle cavità terrestri, così quella ricchezza venne poi strappata dalle sue mani per tornare ad oscurarsi.

Richard Wagner evoca il senso tragico che è alla base del mito: al principio solare se ne oppone uno cupo, alle forze del bene quelle del male, alla vittoria farà seguito l’inevitabile sconfitta. Una tale sconfitta si rivela perciò perfettamente necessaria e parte del mito stesso nonché, radicalizzando, dell’autorità legittima.

È infatti nella storia che Wagner scorge i segni del prolungarsi della schiatta regnante di cui il mito originario tramanda la memoria. Così spiegava nel 1919 il curatore Ettore Lo Gatto: «Non è soltanto la storia che chiarifica, spiega e giustifica il mito, ma è questo che nella storia si diffonde e alla storia stessa dà un carattere mitico, anche là dove la ricerca scientifica escluderebbe qualsiasi raffronto e qualsiasi compenetrazione». Ecco quindi che il vuoto di potere del secolo tumultuoso in cui visse il Maestro indusse il suo genio a mobilitarsi e a chiedersi quali fossero i caratteri dell’autorità, quali gli attributi della sua efficacia e, soprattutto, quale l’eredità di cui doveva farsi carico.

Nella storia furono i Franchi a incarnare il principio regale dei Nibelunghi. In Carlo Magno e nei suoi legittimi discendenti Richard Wagner vede in azione tutti i tratti della regalità autentica. I Franchi, riconosciutisi discendenti dei Troiani, sono quindi i soli in grado di dare forma all’idea imperiale una volta che le insegne di Giulio Cesare e della sua gens saranno definitivamente spente. E dopo i Franchi l’eredità andrà nelle mani dei ghibellini. Proprio nel nome “Wibelingen” il Maestro scorge il richiamo alla stirpe regnante primordiale, che acquisterà quindi l’appellativo di Vibelunghi. L’Hohenstaufen Federico I rappresenta l’ultimo autentico imperatore, anche se sotto una forma principalmente ideale. Il suo impulso lo spingerà ad oriente, alla ricerca di quel Sacro Graal che con la cristianità assurgerà a simbolo di massima dignità sovrana. Sparito nelle acque del fiume, l’imperatore resterà in attesa del momento propizio per ritornare.

Sigfrido sconfigge il drago e riunisce a sé il potere regale e quello sacerdotale, ma la sua è una fortuna passeggera; divenuto Nibelungo a sua volta, ecciterà la vendetta ai suoi danni e dovrà morire affinché il suo destino si compia. Eppure, come notò Giorgio Locchi nel suo ampio saggio sull’opera teatrale L’oro del Reno, la morte di Sigfrido è necessaria affinché il tempo si rigeneri. Solo nell’oblio si prepara una nuova aurora. Richard Wagner diviene allora l’animatore di un mito nuovo, rievocando il primordiale per rinnovare l’avvenire nell’origine.

«La lotta primitiva viene dunque da noi continuata, e il suo esito vicendevole è appunto la stessa cosa dell’alternarsi costante e continuo del giorno con la notte, dell’estate con l’inverno».

Francesco Boco

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