Roma, 20 apr – C’eravamo lasciati su un galeone, salpati dal destino con sorrisi da burrasca. Ora finalmente la ciurma è scesa dalle navi, sempre con il coltello in mezzo ai denti. Zetazeroalfa, la band che ha cambiato la musica non conforme, è di nuovo fra noi. Senza chiedere il permesso. Sono passati sette anni da Disperato amore: album potente, ispirato, pieno come sempre di testi-manifesto e di immagini pulsanti. Sulla copertina campeggiava un veliero in mezzo alla tempesta e la filosofia “acquatica” dell’album era ribadita anche da uno dei brani più belli: “Arremba sempre”. Morimondo – questo il titolo del nuovo lavoro del gruppo romano – è invece un album “di terra”. Non c’è contraddizione tra le due cose: si tratta di portare lo stesso spirito in un altro contesto. Il cambio di scena, tuttavia, è netto. In copertina c’è stavolta un cavallo, animale con i piedi ben piantati sul suolo, bestia del viaggio e della guerra. Le atmosfere country dell’intro (“Habanero”) e della title track rimandano a scenari secchi, asciutti, desertici. Ci sono terre da difendere (“Per la Siria! Per Assad”) e patrie da riconquistare, come l’Italia “terra dell’alloro, terra dell’ulivo” di cui parla “Il nome mio”. Persino il nome dell’album ci porta lontano dal mare, nell’Italia dell’entroterra, in Pianura Padana. Così Sinevox ne ha spiegato il senso in un’intervista: “Tempo fa mi trovai vicino Milano e rimasi colpito dal suono di questa parola. C’era la nebbia, la strada deserta e c’era questo cartello stradale crivellato di colpi con su scritto questo nome così musicale e sinistro…lo senti come suona? Morimondo. Non si capisce esattamente cosa sia, se una cantilena, una promessa, una minaccia…dietro questo cartello c’era un grande albero senza foglie né colore che si snodava verso il cielo e aveva le forme di una grande mano…mi misi a controllare il suo significato e cosa voleva dire? ‘La montagna che sovrasta la palude’ questo è il significato del nome Morimondo che deriva dal francese. Il parallelismo con CasaPound è stato istantaneo. Il nostro prossimo album si sarebbe intitolato proprio così…”.

Da questo paesino di un migliaio di abitanti prende quindi il nome quello che è sicuramente il disco più personale degli Zetazeroalfa. Ma, non sembri un paradosso, anche il più comunitario. Le suggestioni, i nomi, i luoghi, i ricordi, i frammenti di un’esistenza singolare si fanno specchio di un’avventura collettiva. Non a caso le collaborazioni sono molte: Fantasmi del Passato (“Per la Siria! Per Assad”), Drittarcore (“Sotto bandiere nere”), Bronson e Blind Justice nei cori, la special guest Lebensessenz. Un disco corale, insomma. “In fondo all’Io c’è un Noi”, diceva Giovanni Gentile. “È la torre che tu difendi che ti difende e ti difenderà”, gli fa eco Zetazeroalfa. È affermando un principio in modo impersonale che diventerai persona. È anche un disco velato da una strana e dolce malinconia, cosa che peraltro non dovrebbe sorprendere chi conosca bene il gruppo. Ma non si tratta di una malinconia autocompiaciuta, sterile, distruttiva. È, ossimoro nell’ossimoro, una malinconia gioiosa. È sangue che irradia le cicatrici e pulsa più forte. Sono le persone e le esperienze che abbiamo perso: in amore, nell’amicizia, nella militanza. Chi se ne va lascia sempre un segno. Ma ciò che conta è solo chi resta, è solo ciò che è avanti. Di questo pathos è perfetta espressione il brano che si candida ufficialmente a diventare la nuova “Vita mia”, ovvero “Luci blu”. Siamo di nuovo in una “notte piena di polizia”, in cui ricordi personali e barricate si intersecano: “E penso a dove sarai tu / in questa notte di blindati / in questa terra di dannati”. Un retrogusto amaro, ma sereno. Quasi zen, per citare “Zen serendepico zen”, altro brano che guarda un po’ al futuro e un po’ al passato ma, in ogni caso, senza nessun rimorso. Ogni scelta è rivendicata fino in fondo, ogni decisione è santificata dall’azione, anche se ha fatto male, anche se ha comportato una perdita. Ma indietro non si torna, c’è solo l’avanti: al galoppo verso “nostra signora libertà”, come recita il testo di “Morimondo”, struggente ballata sulla ricerca di se stessi in cui si respira, forse grazie ai ritmi western, il senso degli ampi spazi e uno spirito della frontiera che non sarebbe dispiaciuto a Pound.

Il cammino dall’Io al Noi non abbraccia solo una comunità, ma una generazione, una storia, una nazione. Sul primo punto, impossibile non citare “Cresci bene giovinezza”, forse il brano che resta più impresso al primo ascolto. Musicalmente ricorda qualcosa tra i Social Distorsion e Foo Fighters, mentre il testo è un appello ai giovani affinché non cedano alla rinuncia, vicolo cieco in cui vengono indirizzati da questa società esausta, ma anche da una mentalità permeata di sconfitta che non è estranea a un certo mondo politico. Rispetto alla quale, per “non perdersi mai”, basta ricordare i fondamenti: “Sii fedele alla parola, sii devoto alla Vittoria”. I fili della storia, invece, vengono riannodati in “Ghereghereghez!” che, musicalmente, riprende il filone alla Rammstein, come già accaduto in “Accademia della sassaiola” o “Nerobiancorosso”. Il titolo del brano prende spunto dal motto del 1° Stormo Aeroplani da caccia del 1924, che successivamente si estese a tutti i reparti della Regia Aeronautica e quindi dell’Aeronautica Militare. Il testo parla da solo: “Fasci littori /sopra le ali / e dentro ai cuori / giovane sangue / che sfida sorte / che ghigna morte”. Ma il vero manifesto politico del disco è sicuramente “Il nome mio”, un inno all’Italia in cui si respira anche un’eco del messaggio lasciato da Dominique Venner. Un brano centrato sul rifiuto del fatalismo e della rassegnazione, in nome di una risorgenza della nazione nelle sue connotazioni più sacrali (l’alloro e l’ulivo): “Quando la terra viene abbandonata / e la tua stirpe vien sostituita / serve a poco la tua indignazione”.

Restano, infine, “Marcia oppure crepa”, annunciato da sorprendenti sonorità anni ’70, il cui significato è trasparente già dal titolo (c’è una rivoluzione in atto, si può marciare compatti oppure crepare nell’invidia e nel bigottismo politico antifascista, tertium non datur), e “Sotto bandiere nere”, riuscitissimo brano crossover rap/metal in cui i Drittarcore sembrano più in forma che mai: un bel calcio in culo a quei quattro nerd della “scena” rap e chi gli va dietro. Siamo arrivati alla fine, anche se prima dobbiamo attraversare la calma olimpica del piano di Lebensessenz (“La grande visione”) e la furia elettronica di “Kosmos”, più una sorpresa jazz per i più pazienti. Terminato il cd, resta l’impressione di un disco suonato in modo eccellente e registrato in modo superbo, ma soprattutto di una band che non smette di migliorare, di sperimentare, di creare, tanto dal punto di vista musicale che da quello dei testi, che non fa dischi tanto per farli, che ogni volta sputa fuoco e sangue e racconta pezzi di vita, sua e nostra, anche a costo di lunghi periodi di silenzio musicale (mai il gruppo ci aveva fatto aspettare 7 anni tra un lavoro e l’altro). Zetazeroalfa fa molto di più che accompagnare le nostre esistenze come una colonna sonora: le anticipa e le indirizza, le forma e le riempie. È quel Noi che sta in fondo a ogni Io e la cui voce, se taci e ti concentri, riuscirai a sentire. Anche quando è finito il cd.

Adriano Scianca

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