eurRoma, 17 dicembre – Le spiagge più belle, il maschio latino, la bellezza mediterranea, la pizza e i cornetti alla crema, Benigni e Pulcinella, Balotelli in nazionale e mafia capitale… Purtroppo ormai sembrano diventati unicamente questi i luoghi comuni che esportano mediaticamente il “made in Italy” a livello mondiale e che vedono la civiltà italiana relegata tristemente a un fantozziano “italiano sempre mangiare”. Che fine ha fatto invece quel genio italico che ha reso grande la nostra nazione? Dove sono le idee e le opere di cui ci vantavamo tanto? Tra i mosaici veneziani di piazza San Marco direte voi; agli Uffizi Fiorentini, tra gli archi e le colonne dei fori imperiali o tra il marmo dell’Eur, che sconsolato ci ricorda che in passato eravamo ‘un popolo di poeti, artisti, eroi, pensatori, scienziati etc’. Ma oggi? Cos’è successo agli italiani per far si che si adagiassero sugli allori della storia come in un coma profondo, senza nulla più inventare e costruire? O forse le geniali scoperte e le grandi opere italiane esistono ancora ma non ce le vogliono raccontare? probabilmente perché siamo noi i primi che non le vogliamo sentire, convinti che l’erba del vicino è comunque sempre più verde mentre noi stessi facciamo appassire la nostra.

L’Italia è in crisi. E’ vero. Stiamo annegando in acque internazionali in preda a un mare burrascoso, cercando disperatamente di risalire a galla con arti incancreniti e appesantiti da zavorre come burocrazie persecutorie e criminalità palleggiata dalle strade ai palazzi del potere, che ci tirano giù verso il fondo levandoci le forze per nuotare verso una riva sempre più lontana.

Ma “Oltre la crisi, L’Italia deve fare l’Italia”, come sostiene il manifesto promosso da Fondazione Edison, Fondazione Symbola e Unioncamere. La ricerca “10 verità sulla competitività italiana”, mostra infatti come nonostante il silenzio colpevole dei media e delle istituzioni, negli ultimi 20 anni l’Italia abbia fatto passi da gigante in alcuni settori, conquistando primati e portando notevoli innovazioni e specializzazioni.

1Dal dopoguerra in poi nel nostro paese si sono sviluppate fabbriche per le pompe, per le rubinetterie, il valvolame, oltre alle industrie per la produzione alimentare e tessile e mentre inizialmente usavamo macchinari stranieri, con gli anni l’Italia ha acquistato una propria autonomia diventando esportatrice netta. Nel 2012 avevamo un saldo commerciale positivo con 50 miliardi di euro, che sono diventati 70 nel 2013. Questa progressi hanno portato anche la gigantesca Cina ad essere un ottimo acquirente delle macchine industriali italiane.

I settori più robusti sono quelli dell’imballaggio e delle macchine utensili, dove possiamo vantare diverse aziende che sono diventate leader nel mondo e presidiano tante specializzazioni di nicchia come nel campo della moda. Poi ci sono le macchine tessili, quelle delle materie plastiche, della ceramica e alimentari, come quelle per l’industria della pasta; settori dove le imprese italiane hanno ancora un ruolo primario nel mondo.

Nella nuova produzione l’Emilia Romagna per esempio, è all’avanguardia in due dei settori più importanti: da una parte rubinetteria e valvolame, sia per la casa che per l’oil & gas; dall’altra il packaging. «L’imballaggio – spiega il vicepresidente della Fondazione Edison – è una forza poco nota, che è dietro a una serie di investimenti in vari settori. La farmaceutica ha ad esempio visto crescere l’export in tre anni di 7 miliardi, una cosa che non si era mai vista. Questo perché la farmaceutica si avvale dell’imballaggio: una volta trovate le formule chimiche, è tutta una questione di dosaggio e confezionamento. Per lo stesso motivo a Bologna è arrivata la Philip Morris a produrre la nuova generazione di sigarette elettriche».

Far conoscere queste informazioni sulla nostra produzione meccanica, aiuterebbe senza ombra di dubbio il settore in questione, con le sue aziende, i suoi prodotti e soprattutto i suoi operai, portando prestigio nel commercio internazionale e spingendo così il mercato globale nella nostra direzione. Purtroppo però sia i mercati internazionali che le istituzioni locali non sembrano interessati a diffondere questi dati, nascondendo quindi quello che dovrebbe essere un vero e proprio tesoro nazionale. «Con Fondazione Symbola e Unioncamere c’è una comunità di vedute sull’esigenza di fare emergere i punti di forza dell’economia italiana, dato che quelli di debolezza sono stati sviscerati in tutti i modi», commenta il vicepresidente della Fondazione Edison. «I punti di forza sono sconosciuti sia a livello mediatico sia a livello istituzionale. Questo è un vulnus drammatico in Italia. Nella comunicazione ai mercati internazionali, non disporre di quello di che abbiamo di buono è un pregiudizio per il Paese. Tutto ciò ci impedisce di prendere misure di politica economica conseguenti».

4La scelta di dedicare lo studio di Edison e gli altri associati all’industria, deriva dal fatto che mentre tutti guardano al Made in Italy quasi unicamente per moda, cibo e vini, di un settore come quello della meccanica si sa poco o niente. Eppure, come abbiamo visto, negli ultimi 20 anni si sono raggiunti traguardi enormi, arrivando a superare la stessa Germania in alcuni segmenti.
Secondo i firmatari del Manifesto sulle “10 Verità”, dal 1992 l’Italia si è portata in avanzo primario per far scendere il rapporto debito/Pil. Con tutte le riforme fatte, e i sacrifici inenarrabili degli italiani, il debito non dovrebbe aumentare di un centesimo, mentre negli altri Paesi tra 10 anni esploderà.

Dati alla mano, bisogna muoversi per evitare che da metà classifica rotoliamo fino al fondo. Nel settore lusso e dei beni per la persona e per la casa, all’estero c’è un’ossessione per il prodotto fatto in Italia. Questo metterà in difficoltà chi, tra i nostri industriali, ha delocalizzato spostando le produzioni all’estero. Il fatto che la Francia abbia comprato tanti marchi italiani dimostra che la produzione nel nostro Paese ha ancora valore ed è un valore inestimabile: <<il migliore investimento che oggi si potrà fare per i futuri 20 anni è installare una produzione oggi in Italia>> dichiara Fortis di Edison.

Al di la dell’industria automobilistica, secondo Fortis, in altri settori meccanici l’Italia potrà essere ancora competitiva perché «dove non c’è produzione seriale ce la possiamo fare. L’Italia utilizza poche macchine per fare le macchine, perché la componente del fattore umano è fondamentale. Non c’è la fabbrica fordista, ma ci sono dei team che tirano fuori una singola macchina costosissima, pronta per essere data a un’industria. Come la Roche, nella farmaceutica, o la Boeing, a cui arrivano dei torni prodotti in provincia di Varese».

«L’amministratore delegato di una grande industria meccanica, la Ima – spiega Fortis – di recente ha detto di aver riportato in Italia alcune produzioni perché i tempi di consegna erano migliori, la qualità maggiore e i costi inferiori. Sono scelte aziendali precise, che si possono attuare anche con un costo del lavoro superiore». Insomma: se fino ad oggi la strategia delle aziende italiane è stata quella di delocalizzare, ora, per riconquistare maggior pregio e per salvare una parte importantissima della nostra economia, dovremo riportare in patria la produzione, tornando ad essere marchio di prestigio in tutti i settori, ricreando posti di lavoro e facendo così circolare maggior denaro all’interno dei confini nazionali.

3Le dieci verità sulla competitività italiana:

[Verità1] Abbiamo profondamente modificato la nostra specializzazione internazionale, modernizzandola e ‘sincronizzandola’ con le nuove richieste dei mercati, arrivando ad essere tra i soli cinque paesi al mondo (con Cina, Germania, Giappone e Corea del Sud) ad avere un surplus commerciale manifatturiero con l’estero superiore ai 100 miliardi di dollari.

[Verità2] Abbiamo innescato una vera riconversione industriale e produttiva: avviando una migrazione in alcuni settori, da un’economia che punta alla quantità dei beni ad un sistema che scommette invece sulla qualità dei processi e dei prodotti, sapendo costruire valore aggiunto in settori come quelli tradizionali del made in Italy, in cui ci davano per spacciati proprio a causa della concorrenza dei paesi emergenti. E abbiamo creato nuove specializzazioni, come nella meccanica che oggi è di gran lunga il settore più importante per surplus commerciale con l’estero, nei prodotti innovativi per l’edilizia, nei mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli e nella chimica-farmaceutica. Così, su un totale di 5.117 prodotti, nel 2012 l’Italia si è piazzata prima, seconda o terza al mondo per attivo commerciale con l’estero in ben 935 di questi.

[Verità3] L’Italia sembra poi avere conservato una quota dell’export mondiale di prodotti manifatturieri pari al 71% di quella detenuta nel 1999 (dati 2012), prima che paesi come la Cina rivoluzionassero il commercio globale. Performance certamente non paragonabile a quella tedesca (94%), ma migliore di quelle di Giappone (67%), Francia (61%), Regno Unito (55%).

[Verità4] La ragione di questi primati sta nella capacità di innovare delle nostre imprese, in tutti i campi, a partire da quelle che scommettono sulla green economy come misura anti-crisi. L’Italia è tra i primi paesi dell’Ue per eco-efficienza del sistema produttivo, con 104 tonnellate di anidride carbonica ogni milione di euro prodotto (la Germania ne immette in atmosfera 143, il Regno Unito 130) e 41 di rifiuti (65 la Germania e il Regno Unito, 93 la Francia). Non solo, siamo campioni europei nell’industria del riciclo: a fronte di un avvio a recupero industriale di 163 milioni di tonnellate di rifiuti su scala europea, nel nostro Paese ne sono stati recuperati 24,1 milioni di tonnellate, il valore assoluto più elevato tra tutti i paesi europei (in Germania 22,4 milioni).
Il sistema produttivo italiano, inoltre, è anche quello che guida la ‘riconversione verde’ dell’occupazione europea: entro la fine del 2014, il 51% delle Pmi italiane avrà almeno un green
job, più del Regno Unito (37%), della Francia (32%) e della Germania (29%).

[Verità5] L’Italia è il primo paese dell’eurozona per numero di pernottamenti di turisti extra-UE, con 54 milioni di notti nel 2012 (+14 milioni rispetto alla Spagna). Siamo il 1° paese europeo per numero di pernottamenti di turisti cinesi (2,5mln), giapponesi (2,8mln), coreani del sud (680 mila), brasiliani (1,8mln), australiani (2,2mln), statunitensi (11mln) e canadesi (2mln).

[Verità6] Se il nostro Pil non cresce non è certo perché le nostre imprese hanno mancato in massa l’appuntamento con la competitività e la globalizzazione. Piuttosto a zavorrare il Pil è il crollo del mercato interno, la cui responsabilità va cercata in Italia e in Europa anche in una interpretazione dogmatica dell’austerity: il fatturato interno dell’industria manifatturiera italiana ha perso il 15,9% rispetto al 2008, contro lo 0,3% della Germania e a fronte di una crescita del 4,6% in Francia. Mentre sui mercati esteri per dinamica del fatturato industriale abbiamo addirittura battuto la Germania: +16,5% contro +11,6%.

[Verità7] Neanche le performance degli altri paesi sono frutto esclusivo della loro capacità di competere: un ruolo decisivo lo hanno avuto gli interventi pubblici di governi e banche centrali, che hanno sostenuto l’economia aumentando il debito sia pubblico che privato, molto maggiore che in Italia: da noi, dal 1995, il debito aggregato (quello pubblico più quello delle aziende e delle famiglie) è cresciuto di una quota pari al 61% del Pil, in Spagna del 141%, nel Regno Unito del 93%, in Francia dell’81%.

[Verità8] Non siamo il malato d’Europa: il peso del nostro debito pubblico rispetto al totale del debito pubblico dell’eurozona è sceso notevolmente in 20 anni, dal 28,7% del 1995 al 22,1% del 2013.

[Verità9] E se guardiamo oltre che al debito pubblico al debito aggregato nel suo complesso (Stato, imprese, famiglie), allora è evidente che, nonostante crisi e austerity non siano state indolori nemmeno per le famiglie, il giudizio sul Paese va rivisto: Giappone (412% del Pil), Spagna (305%), Regno Unito (284%) e anche Stati Uniti (264%) fanno peggio di noi (261%).

[Verità10] Dal 1996 al 2013 l’Italia ha prodotto il più alto avanzo primario statale cumulato della storia moderna. Si tratta di 591 miliardi di euro correnti, 220 in più della Germania (371 miliardi). Per non parlare dei disavanzi di Spagna (-192) Francia (-311 miliardi) e Gran Bretagna (-364 miliardi £).

Andrea Bonazza

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