Il calo dello spread accontenta solo i mercati

monti_spread2Roma, 4 gen – Rating, spread, differenziale, austerità. Parole con le quali abbiamo convissuto negli ultimi anni, con richieste di aggiustamenti e riforme strutturali volte a rassicurare gli investitori sulla sostenibilità del sistema Italia. Lo spauracchio di finire “come la Grecia” ha fatto presa nelle decisioni assunte volte a garantire la stabilità dei conti nazionali al fine di mantenere il passo con i paesi considerati più virtuosi. A bene vedere in realtà la sola Germania, che nelle sue virtù teutoniche nasconde però più di qualche ombra.

La notizia di apertura degli ultimi giorni è il calo del differenziale tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi sotto la soglia psicologica dei 200 punti base. Vale a dire che al titolo decennale emesso dal ministero del Tesoro viene richiesto, rispetto al suo omologo berlinese, un rendimento aggiuntivo del 2%. Una differenza notevole rispetto al massimo raggiunto a novembre 2011 e che costò la caduta pilotata del governo Berlusconi, quando la differenza si collocava vicina alla soglia del 6%.

Merito delle scelte compiute in questi ultimi anni? Difficile a credersi. Anzitutto per una questione tecnica: secondo una analisi condotta nel tempo dal quotidiano economico “Il Sole 24 Ore”, risulta infatti che molte delle riforme condotte sotto la guida Mario Monti –dal “Salva Italia” al “Cresci Italia” – sono in parte ancora ferme al palo, con decreti attuativi di là da venire. Sessa sorte per quanto riguarda i più recenti provvedimenti adottati dal governo Letta. Le pastoie burocratiche hanno in sostanza bloccato misure che sembravano necessarie tanto da passare con i crismi dell’urgenza ed il continuo ricorso a fiducie blindate. Misure che da parte loro non sono peraltro riuscite ad imprimere la necessaria sterzata, tanto che sia di crescita che di occupazione si fa solo un gran parlare in termini di presunte luci in fondo al tunnel. In secondo luogo, non va dimenticata la dinamica della proprietà dei titoli del debito. Dall’inizio della crisi segnatamente italiana, infatti, si è assistito ad una progressiva dismissione dei titoli da parte di investitori stranieri in favore di soggetti nazionali e residenti. Le percentuali sono variabili, ma se si parte (2011) da un rapporto esterno/interno che orbitava attorno al 70/30, di recente la distribuzione ha raggiunto un pari merito attorno al 50/50. Questo significa minori interessi da corrispondere al di fuori dei confini, con effetti virtuosi come insegna il caso del Giappone. Gli interessi, il terzo nodo di gordio: con il calo deri rendimenti le stime più ottimistiche parlando di risparmi nei conti nazionali per una manciata di miliardi e un punto di Pil guadagnato nel triennio. Vale il gioco, di fronte alla perdita netta che si conta in decine di miliardi l’anno?

I mercati hanno, per usare un gergo strettamente tecnico, riallocato il rischio. Quegli stessi mercati che agiscono razionalmente solo nei manuali d’accademia e che nonostante i modelli interpretativi mostrano una totale avversione all’incertezza nonostante nascano e si strutturino proprio per affrontarla. Lo spread questo è, d’altronde. Quei mercati che in definitiva, di fronte al drastico calo della produzione industriale, della disoccupazione a livelli da record, della sequela di suicidi assistiti, dell’emigrazione di giovani laureati, sono i soli a poter festeggiare.

Filippo Burla


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