deflazione inflazioneRoma, 16 apr – Il miracolo della comunicazione consiste essenzialmente nell’aver convinto la popolazione dell’esistenza di una fantomatica “scienza” simile alla fisica teorica nota come “economia”, ai cui diktat piegarsi pena la morte dei primogeniti e la calata dell’angelo della morte in questa valle di lacrime.

Per quanto essa possa piacere ai professori universitari marginalisti, che si sentono in questo senso depositari del Verbo fattosi carne nei sacri testi di Chicago, possiamo tranquillamente affermare che l’economia, in quanto tale, non esiste. Viceversa, esiste l’economia politica, e non è la stessa cosa. Parlare di economia politica infatti comporta ammettere esplicitamente che l’economia si compone di scelte politiche, le quali andranno ad avvantaggiare qualcuno, a danneggiare qualcun altro, e magari saranno indifferenti per qualcun altro ancora. Per questo motivo chi dice, per esempio, che l’euro magari era una bella cosa ma è stato gestito male, è un fesso oppure un redattore di Repubblica. Evidentemente, l’affermazione di cui sopra non ha alcun senso se non si esplicita chiaramente nel nome di chi o di cosa esso è stato gestito, ed a vantaggio di chi o di cosa esso ha funzionato e continua nonostante tutto a funzionare.

Generalmente siamo abituati a vedere l’inflazione come un nemico da combattere, ma ci dimentichiamo di un fatto abbastanza ovvio che però spesso dimentichiamo: l’inflazione (entro certi limiti, è ovvio) è un autentico toccasana per l’economia reale perché, garantendo sicuri margini di profitto alle imprese, garantisce che a fine anno i magazzini siano vuoti. Si vende tutto, con l’inflazione, e questo avvantaggia direttamente le imprese ed indirettamente i loro dipendenti. Non dimentichiamoci inoltre che essa allevia anche i debiti, che hanno un valore nominale e non reale.

Molti dei periodi di maggior sviluppo della nostra storia sono stati epoche di alta inflazione: la conquista romana delle miniere d’oro iberiche nel I secolo a.C., l’inondazione dell’Europa con l’oro sudamericano nel XVI secolo, la scoperta della giacimenti in Alaska nel XIX secolo, ed ovviamente il “trentennio glorioso” (anni 50, 60 e 70) in cui il perseguimento di politiche fiscali di stampo keynesiano aveva effetti oggettivamente inflazionistici.

Qualcuno, però, si avvantaggia della caduta generalizzata dei prezzi, ossia della deflazione. Sono le banche che erogano credito a Stati, imprese e famiglie: per loro la discesa dei prezzi significa essere rimborsati con moneta che ha maggiore potere di acquisto ed incamerare a prezzi di saldo gli averi del debitore se questi, come spesso capita durante la deflazione, diventa insolvente. In generale, la deflazione avvantaggia i detentori di asset finanziari (fra cui ovviamente i crediti bancari) perché ne preserva, ed anzi ne incrementa, il valore nominale.

Fu il predominio britannico ad imporre al mondo il gold standard, che vincolando l’emissione di moneta alle riserve d’oro disponibili (bene raro per eccellenza), esercita un effetto deflazionistico dall’Ottocento fino al primo dopoguerra. Questo è solo l’esempio più macroscopico di come l’obiettivo strategico della finanza sia quello di contenere le spinte inflazionistiche derivanti dall’intervento dello Stato nell’economia e dalle rivendicazioni salariali. Infatti ai lavoratori viene sempre chiesto di fare sacrifici, di essere “flessibili”, di essere “imprenditori di se stessi”, ecc…

Certo, questo tipo di politiche alla lunga manda in vacca l’economia reale, ma che importa? Ci sarà sempre la Fed (o le altre banche centrali, per quel che vale) che a quel punto allenterà i cordoni della borsa ed inietterà cifre colossali nei bilanci delle banche, tanto detti danari non entreranno mai realmente in circolazione indi non daranno alcuna reale spinta inflattiva. L’unico modo infatti perché essi possano circolare liberamente è che fossero iniettati dallo Stato, per tramite della spesa pubblica, ma questa è la bestemmia suprema, per i sacerdoti dell’ortodossia marginalista.

Infatti, il capitalismo ha una grande forza che gli ha permesso di potersi imporre su ogni altro sistema socio-economico alternativo: l’incremento tendenziale della produttività del lavoro, dovuto allo sviluppo tecnologico, fa sì che in linea di principio l’offerta di lavoro (persone disposte a lavorare) sia superiore alla domanda di lavoro (imprese disposte ad assumere). Questo è un problema meno drammatico di quello che può sembrare e di come lo interpretano i luddisti secondo cui dovremmo avere la disoccupazione al 95% fin dai tempi delle filatrici a vapore, perché l’intervento pubblico funge abbastanza bene da equilibratore del meccanismo. Inoltre, se è vero che per esempio l’incremento della produttività tende in parte ad espellere lavoratori dal settore manifatturiero, se lo Stato fa il suo mestiere e redistribuisce il reddito prodotto attraverso il suo sistema sociale, genererà altri posti di lavoro in particolare nei servizi, ed in particolare nei servizi non essenziali.

Tutto questo è ben noto agli oligarchi, che fanno di tutto da sempre per esasperare quella che è una condizione fisiologica del capitalismo, e questo può essere fatto tranquillamente aprendo il “mercato del lavoro” ai lavoratori di tutto il mondo, vuoi grazie alle delocalizzazioni produttive, vuoi grazie all’importazione di manodopera straniera. In questo modo, saranno sempre e comunque i lavoratori a pagare il prezzo della lotta all’inflazione, oramai divenuto uno standard anche per i sindacati, e questo fa ben capire per chi essi lavorino veramente. Infatti, se per difendere il potere d’acquisto non invochi salari più alti ma prezzi più bassi, automaticamente ti poni nell’ottica neoliberale del monetarismo di Chicago, che tu lo voglia o meno. E l’ignoranza, fino a prova contraria, non è una scusante ma una aggravante.

Matteo Rovatti

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