Roma, 13 ott – Nel dibattito politico sulla previdenza sociale fioccano numeri e statistiche che si contraddicono in maniera evidente. Su un dato però molti convengono: i pensionati italiani sono dei privilegiati. Oggi, però, qualcuno dovrebbe ricredersi.  Infatti, nonostante gli sprechi del passato oggi i lavoratori italiani vanno in pensione dopo, e ci rimangono meno rispetto ai loro omologhi degli altri Paesi europei. Questo è il risultato di uno studio Uil sulla durata della quiescenza media in Italia e in Europa. I dati che emergono mostrano una situazione diversa rispetto a quella che ci viene proposta ogni giorno dai media. Vediamo perché. In Italia l’età di accesso alla pensione è superiore di quasi tre anni alla media europea e così, nonostante per l’aspettativa di vita siamo al quinto posto per gli uomini, 83 anni e 11 mesi, ed al terzo posto per le donne, 87 anni e 2 mesi, la durata della quiescenza media ė inferiore alla media europea. Gli italiani percepiscono mediamente l’assegno previdenziale per 16 anni e 4 mesi, 2 anni e 5 mesi in meno rispetto alla media europea, e le donne per 21 anni e 7 mesi, 1 anni e 7 mesi in meno rispetto alla media europea.

Se questo è il presente, il futuro non promette niente di meglio. Sempre a proposito di previdenza è utile ricordare che tra i vincoli della Riforma Fornero per l’accesso alla pensione di vecchiaia (l’unico trattamento che rimarrà nel lungo periodo con l’eliminazione di quello di anzianità basata sugli anni di contribuzione) c’è non solo l’aumento dell’età pensionabile (considerando anche gli scatti dovuti all’adeguamento alle aspettative di vita, sul cui automatismo è aperto il dibattito con i sindacati), ma anche il requisito trappola dell’importo minimo, che costringerà i pensionandi a rimanere al lavoro anche fino a settanta anni.

Le proposte del legislatore sono errate perché partono da presupposti falsi. Un esempio su tutti è dato dall’idea che in Italia la spesa pensionistica sia tra le più elevate d’Europa. Interessante a questo proposito citare Alberto Brambilla uno dei massimi esperti di previdenza. Egli, a proposito di spesa pensionistica, precisa che: “Bisogna precisare però che nei dati per spesa per pensioni comunicati a istituzioni e organi di ricerca internazionali sono comprese voci che in realtà fanno capo all’ambito dell’assistenza e non esclusivamente a quello della previdenza, come fanno molti Paesi cui veniamo paragonati. Ad esempio, le integrazioni al minimo e le maggiorazioni sociali vengono imputate alla spesa per pensioni e non, come sarebbe corretto, alla voce “sostegno alla famiglia” o “esclusione sociale”.  Scorporando dalla spesa pensionistica la quota di trattamenti puramente assistenziali e le tasse, la percentuale italiana risulterebbe quantomeno in linea con la media UE”. La spesa previdenziale lorda del 2014 (il 2015 è praticamente sovrapponibile) ammonta a 216,107 miliardi. Su questa cifra è stata effettuata una trattenuta Irpef di 42,900 miliardi, quindi con una spesa effettiva di 173,207 miliardi (162,713 miliardi se si deducono le integrazioni al minimo) a fronte di entrate contributive di 172,647 miliardi e pertanto un sostanziale pareggio o addirittura un saldo attivo di circa dieci miliardi senza le integrazioni al minimo.

In sintesi pensare che i pensionati italiani siano una zavorra per il nostro sistema economico è puramente folle. Senza considerare che molti di loro sono il vero pilastro di molti nuclei di giovani coppie. In realtà l’unico modo per rafforzare la previdenza è quello di aumentare il numero delle ore preparate e della produttività. Lo slittamento dell’età previdenziale non salverà le nostre finanze ma al massimo può aumentare la spirale deflattiva.

Salvatore Recupero

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