Pier-Carlo-PadoanRoma, 16 lug – A giudicare dall’insistenza con la quale viene allontanato lo spettro di una manutenzione nei saldi di bilancio dello Stato, l’idea che traspare più di tutte è quella che, alla fine.. la correzione si farà. Niente di nuovo sul fronte comunicativo, ormai è prassi di chiunque sieda sulla poltrona di via XX Settembre annunciare la definitiva messa in sicurezza dei conti pubblici, salvo poi fare repentine marce indietro.

La situazione non sembra, ad oggi, essere diversa. Le ultime revisioni sulla crescita del Pil parlano di un magro +0.2%, al ribasso rispetto alle già misere revisioni (+0.3%) elaborate dal centro studi Confindustria solo poche settimane fa. In ogni caso siamo ben lontani dall’obiettivo del governo -che ottimisticamente puntava almeno ad un robusto +1%- sul quale fondava le assunzioni di budget. In secondo luogo e sempre dal punto di vista macroeconomico è poi da considerarsi la continua crescita, questa sì, del debito pubblico. L’ultimo bollettino segna la cifra record di 2166.3 miliardi, in aumento nonostante il temporaneo ritrovato vigore delle entrate tributarie.

In aggiunta ad un quadro già di per sé compromesso, va tenuto conto dei non-effetti derivanti dal bonus Irpef. I famosi 80 euro volevano rappresentare il primo passo verso il rilancio: alcun risultato sensibile è stato ravvisato, segno che nella migliore delle ipotesi il contributo del governo (per la ridotta platea che ne ha goduto) è andato a coprire debiti o a permettere di rispettare qualche scadenza in più nel bilancio familiare.

In ultimo, il capitolo della spending review. Quella che doveva essere -dai governi Monti in poi- la miniera d’oro dalla quale recuperare le risorse necessarie alle misure di finanza pubblica anche a questo giro non darà, presumibilmente, alcun contributo significativo. Il problema di fondo è che proprio dalla revisione della spesa si attendevano miliardi freschi salvo lo scattare, a salvaguardia delle mancate coperture, degli automatismi fiscali che vanno così profilandosi sempre più all’orizzonte.

Secondo le prime stime in circolazione, mancherebbero all’appello tra i 10 e i 12 miliardi di euro. Una cifra necessaria a scongiurare il superamento del 3% nel rapporto deficit/Pil. Valore-limite assurdo quanto si vuole, ma dal quale il governo non intende discostarsi. Al più, si potranno (forse) avere margini in percentuali da prefisso, previo accordo politico in sede Europea. Una via lunga e tortuosa, non del tutto compatibile con i tempi del fabbisogno della pubblica amministrazione. Tanto che, per non mancare di mettere le mani avanti, si fa già l’ipotesi di “anticipare” la legge di stabilità dall’autunno fin ad agosto. Un modo elegante e da master in comunicazione d’impresa, per dire che, gufi o meno, il problema esiste. Che lo si chiani anticipo della (fu) finanziaria o manovra correttiva, è solo questione lessicale.

Filippo Burla

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