Roma, 10 dic – Il derivato Alexandria è tornato in questi giorni al centro delle cronache giudiziarie. A Firenze gli ex vertici di Mps, Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e Gianluca Baldassarri, sono stati tutti assolti per l’inchiesta sulla ristrutturazione del derivato Alexandria. Per tutti l’accusa era di ostacolo in concorso all’esercizio delle funzioni delle pubbliche Autorità di Vigilanza (cioè la Banca d’Italia) in relazione all’occultamento del contratto stipulato da Rocca di Salimbeni con la banca giapponese Nomura.

Secondo i magistrati gli imputati avrebbero nascosto agli ispettori della Banca d’Italia un documento che, diversamente, avrebbe svelato una perdita da iscrivere nel bilancio 2009 di 500 milioni di euro. Quell’accordo, ritrovato nel 2012 nella cassaforte dell’ex direttore generale, avrebbe contribuito ad ampliare il già consistente buco in Mps creatosi dopo l’acquisto di Banca Antonveneta, operazione finita anch’essa nel mirino dei magistrati.

E qui entra in gioco un’altra strana vicenda che riguarda la banca toscana. Correva l’anno 2008, quando  il Monte dei Paschi sotto la guida di Giuseppe Mussari acquistò Antonveneta a un valore doppio di quello di mercato. Quest’acquisizione che costò nove miliardi di euro nominali (17,1 mld il conto finale), fu autorizzata dall’ex governatore di Bankitalia Mario Draghi, (oggi presidente Bce) con la delibera del 17 marzo 2008, nonostante le operazioni fossero tutte a debito (strumenti ibridi e bond subordinati, appioppati al pubblico indistinto).

Sempre nel 2008, la banca aveva maturato una perdita di 367 milioni su un contratto derivato aperto con Deutsche Bank e relativo a una quota del Monte dei Paschi in Intesa SanPaolo. Per salvare la pelle, i vertici di Rocca Salimbeni cercano un gentlemen agreement con i tedeschi. Ed è in questa fase che i teutonici fanno un bel regalo ai senesi: un derivato per oscurare le perdite della banca più antica del mondo. Nacque così l’operazione Santorini, dal nome dell’isola greca, attribuito a un veicolo finanziario irlandese.

A causa di questa sciagurata gestione del credito (Alexandria, Santorini) il Monte dei Paschi ha sottoscritto sei aumenti di capitale per un totale di 20,5 miliardi di euro: 5 miliardi di euro nel 2008, 3 miliardi di euro nel 2009, 2 miliardi di euro nel 2011, 2,5 miliardi di euro nel 2012; 5 miliardi di euro nel 2014; tre miliardi di euro nel 2015. Tra il 2008 ed il 2016, la banca senese ha subito perdite per 18 miliardi di euro. Il salvataggio dello Stato è costato nove miliardi di euro. Sommando i quattordici miliardi bruciati di capitalizzazione (prima di essere sospeso, il titolo capitalizzava circa 500 milioni), la voragine è di oltre 61 miliardi di euro.

Oggi, nella Commissione di inchiesta sul sistema bancario e finanziario, assistiamo ad un penoso scaricabarile: Consob e Bankitalia accusano la dirigenza, e il governo scarica tutto sugli organi di vigilanza. Eppure per evitare questo caos bastava far funzionare il Comitato interministeriale per il credito e il risparmio. Il CICR è un organismo presieduto dal ministro dell’Economia che interviene sulla regolamentazione dell’attività delle banche e degli intermediari finanziari, deliberando i criteri che regolano l’attività di vigilanza della Banca d’Italia, e sulla trasparenza delle condizioni contenute nei contratti per servizi bancari e finanziari (su proposta della Banca d’Italia d’intesa con la Consob). Esso trova la sua origine in un organismo similare nato nel 1936 con l’approvazione della cd legge bancaria, impegnata al riordino del sistema imprenditoriale bancario italiano. Pertanto, un intervento del governo avrebbe potuto evitare le gravi perdite subite da migliaia di risparmiatori. Parafrasando De Andrè, dunque, la nostra classe politica anche se si crede assolta è lo stesso coinvolta.

Recupero Salvatore

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