alitalia1Roma, 4 giu – La tanto attesa missiva, finalmente, è arrivata. Non una vera e propria lettera d’intenti, ma un’elencazione di punti messi nero su bianco. La compagnia emiratina fissa così i paletti per il suo eventuale ingresso in Alitalia. Ora la palla passa al governo e alle banche, i due soggetti che, in via diretta o indiretta, detengono la maggioranza.

I contenuti ancora non si conosco nei dettagli ma si parla di almeno 2500 – 3000 licenziamenti definitivi, circa un quarto dell’attuale organico. In secondo luogo si punta ad una massiccia ristrutturazione del debito che i creditori (Unicredit e Intesa i principali) potrebbero solo in parte trasformare in quote della nuova società, rinunciando ai restanti. Etihad da parte sua è pronta ad investire circa fra i 500 e i 600 milioni di euro per una quota appena al di sotto del 50%. A titolo di confronto, l’esborso di Poste a copertura dell’aumento di capitale di ottobre fu di “soli” 75 milioni.

«Un grande piano industriale che rilancia il sistema degli aeroporti italiani, quindi Fiumicino, Malpensa», ha commentato il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Maurizio Lupi. Parole di ottimismo anche da parte dell’attuale amministratore delegato di Alitalia, Gabriele del Torchio: «Questo investimento assicurerà una stabilità finanziaria ed è la conferma del ruolo chiave di Alitalia quale asset infrastrutturale strategico». Più cauti i sindacati, che comunque plaudono alla possibilità di veder evitato il peggio.

L’ingresso della compagnia del golfo è certamente un fattore positivo, almeno dal punto di vista contabile in quanto garantisce la possibilità di attingere a risorse fresche per un piano di rilancio che necessita delle centinaia di milioni che non si sono trovati in Italia. Qualche garanzia in meno viene invece -come rileva proprio l’ad Del Torchio- sul fronte della strategicità dell’investimento. Di fronte all’elevato frazionamento degli attuali azionisti, l’acquisto dall’estero di una quota, pur inferiore, ma comunque vicina al 50% potrebbe infatti significare il passaggio del controllo sul vettore. Una situazione sulla quale vigila l’Unione Europea, in virtù della regolamentazione del settore a livello comunitario che esclude la possibilità che un soggetto straniero possa detenere quote di controllo. Una disposizione di per sé oltrepassabile, dato che Etihad controlla già de facto la seconda compagnia aerea tedesca dopo Lufthansa e cioè Air Berlin, senza che la Commissione -la quale peraltro è in fase di rinnovo dei vertici- abbia ancora intrapreso strade concrete.

Mesi di trattative sembrano così giungere a conclusione. L’integrazione, se così sarà, si farà in autunno. A questo giro nessuna levata di scudi sulla perdita di quell’italianità che comunque, a conti fatti e nell’assenza di qualsiasi forma di intervento pubblico, era già perduta da tempo. Il tricolore continuerà forse a volare sulle code della flotta dell’ormai fu compagnia di bandiera, ma le decisioni saranno prese altrove. Non servivano doti divinatorie a capire già dalle prime battute che l’unico interesse in gioco fosse quello di Etihad. Le condizioni poste ed entusiasticamente accettate, pur in assenza di vere, reali e concrete prospettive future sul mantenimento, ad esempio, delle rotte a lungo raggio, lo confermano.

Filippo Burla

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