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Dal punto di vista operativo, non è un mistero che Air France richieda una decisa revisione delle politiche di offerta, con un ridimensionamento delle rotte a medio raggio e un consolidamento di quelle a lungo raggio esistenti. Detta in altre parole: ridurre le ambizioni della compagnia aerea per trasformarla in un vettore regionale, in un contesto dove peraltro l’insormontabile concorrenza delle compagnie a basso prezzo non lascia margini. L’esatto opposto insomma di quanto servirebbe per un vero rilancio. Certo, in questo modo il gruppo franco-olandese toglierebbe di mezzo un concorrente. Al che sorge il dubbio su quanto un partner pur leale possa effettivamente essere “industriale” o punti invece alla cannibalizzazione.

Il secondo punto nodale per l’intervento di ricapitalizzazione riguarda invece la struttura finanziaria del gruppo, il cui debito netto complessivo si aggira attorno ai 2 miliardi. Air France spinge per una ristrutturazione che le permetta di non consolidarne parte nel proprio bilancio, a sua volta gravato da circa 5-6 miliardi di passività finanziarie. Opzione lecita, ma non considera il fatto che alla parte di aumento di capitale finora andato in porto –e sul quale i francesi, giova ricordarlo, non si sono espressi– hanno partecipato anche le banche creditrici. Richiedere a loro un ulteriore e gravoso impegno sembra quindi fuori portata.

Così stando le cose, è tutto da vedere se la lealtà condizionata non sia una scusa per defilarsi dall’azionariato o per spuntare ancora una volta condizioni migliorative ma solo per Parigi. Poste Italiane sono già pronte a sostituirsi al socio che abbandona la barca tra i marosi.

Filippo Burla

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