Partita-Iva[1]Roma, 15 dic – Un fantasma si aggira durante le manifestazioni sindacali. Lo sciopero generale di venerdì scorso ci da una conferma. Impiegati, insegnanti, studenti, operai marciano uniti contro il Governo Renzi. Traffico paralizzato, niente mezzi pubblici. I più attenti avranno notato qualche giovane ben vestito che andava controcorrente. Costui, facendosi largo tra la folla, si recava al lavoro. Qualcuno avrà pensato che si trattasse di un crumiro al soldo della borghesia. Ma in realtà era solo un lavoratore con partita Iva: il nuovo proletario 2.0.

A rivelarci questa sorprendente notizia non è il reazionario di turno ma un giornalista de Il Manifesto. Giovedì 11 dicembre potevamo leggere sulle pagine del quotidiano comunista un interessante articolo: “Sei una partita Iva, scioperi?”. L’autore è Claudio Riccio, candidato alle elezioni europee con la lista L’Altra Europa con Tsipras.

Riccio ci pone davanti ad una realtà che molti fingono di ignorare. L’uso e l’abuso dei collaboratori con partita Iva. Si tratta di prestatori d’opera al pari dei lavoratori subordinati ma senza nessuna tutela. Ferie, indennità di malattia, maternità sono come “il gettone nell’iPhone”, per usare una metafora cara al nostro Presidente del Consiglio. Ma il paradosso è che il premier Matteo Renzi ha profetizzato che il suo Job Act avrebbe fatto piazza pulita di tutte quelle forme contrattuali che non garantivano le minime tutele al lavoratore. Nella Legge Delega per il Lavoro (Job Act) però non si parla di partite Iva. Ma nella Legge di Stabilità, invece, sì. Vediamo perché.

Sergio Boccadutri, componente della commissione bilancio della Camera per il partito democratico spiega la posizione del governo: “La legge di stabilità, che dovrà essere discussa in parlamento, stabilisce che ci sarà l’aumento d’imposta al 15% per le partite Iva Under 35 e prevede però anche un innalzamento della soglia massima di fatturazione – oltre la quale scatta il regime normale e non più agevolato – che passa da 30mila euro a 55mila euro. Così sarà garantito il 15% negli anni futuri. Una cosa, inoltre, è prevista nel testo della legge: una riduzione della pressione fiscale per tutte le partite Iva con un reddito fino a 15mila euro. In questo modo cerchiamo di tutelare i redditi “piccoli”, in modo trasversale rispetto alle fasce di età, e di colpire i redditi più elevati”.

Tutto, dunque, va come deve andare. Già ci sono migliaia di imprese che non vedono l’ora di assumere i finti collaboratori con il Contratto a tutele crescenti. Gli autonomi-subordinati, però, non si fidano. In sostanza dicono: “Caro Presidente, perché prima ci aumenti le tasse e poi ci prometti più tutele. Non possiamo fare al contrario”.  E già! Finora l’unica cosa positiva che era garantita ai lavoratori che operano in regime di mono-committenza è il regime fiscale. Renzi li rassicura dicendo che saranno tutelati in maniera crescente. Ma al momento l’unica cosa che cresce è la percentuale dell’Irpef sul loro reddito con un rapporto da uno a tre.

Così l’Associazione Acta (Associazione consulenti terziario avanzato) mette sul campo quattro semplici proposte: “Primo: l’abolizione dell’aumento al 33% previsto dalla legge 92/2012 per gli iscritti alla Gestione Separata. In secundis: nelle situazioni di malattia e con riferimento agli eventi più gravi e ostativi dell’attività lavorativa, l’ampliamento del periodo di tutela (oltre gli attuali 61 giorni) e la ridefinizione delle indennità su valori che siano effettivamente sostitutivi del reddito. Tre: l’estensione degli ammortizzatori sociali anche a chi perde il lavoro dopo essere stato autonomo. Quattro: tariffe minime anche per prestazioni di lavoro autonomo”.

Renzi non può fare una brutta figura con questi lavoratori. Anche la famigerata Fornero aveva pensato a loro fornendo precise indicazioni agli ispettori del Ministero del Lavoro. Infatti, la circolare del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali del 27 dicembre 2012, n. 32, fornisce indicazioni operative per il personale ispettivo, “stabilendo deroghe all’operatività della presunzione suddetta in presenza dei seguenti requisiti in capo al lavoratore: competenze teoriche di grado elevato o capacità tecnico-pratiche acquisite attraverso rilevanti esperienze; reddito annuo da lavoro autonomo pari almeno a € 18.662,50; prestazioni svolte nell’esercizio di attività professionali per le quali l’ordinamento richiede l’iscrizione ad un ordine professionale, ovvero ad appositi registri, albi, ruoli o elenchi professionali qualificati”.

Forse per qualcuno sembra un problema marginale. Ma così non è. Come dimostrano le cifre dell’Istat: “In media il 17% dei lavoratori nel nostro Paese trova la sua occupazione iniziando un’attività autonoma. In totale, i cosiddetti autonomi senza dipendenti sono circa 4 milioni. In gran parte mono committenti ossia soggetti a vincoli organizzativi e lavorativi, svolgendo in pratica un lavoro da dipendente”.

Attenzione però perché questa tipologia contrattuale oltre ad esser molto estesa riguarda la parte della popolazione con una più alta formazione. In brevis, rischiamo di bruciare in nome di una sterile concorrenza, la nostra meglio gioventù. Ma non solo, anche la qualità del servizio offerto è minacciata da una gara al ribasso. Quantità invece che qualità. Un esempio: se sostituiamo gli studi professionali con il commercialista della Coop, l’utenza non ne trarrà certo benefici.

Intanto è necessaria una distinzione tra chi accetta il rischio della libera professione e chi è costretto a farlo pur essendo un dipendente. In pratica, per quest’ultimo si tratta della scelta tra la minestra e il lancio dalla finestra.

Come ha sottolineato su questo sito Matteo Rovatti nel suo articolo In difesa dei lavoratori autonomi: “Urgono alcune riforme: abolizione degli studi di settore; ripristino dei minimi tariffari; gestione restrittiva delle licenze commerciali; blocco della proliferazione dei grandi centri commerciali; nullità delle licenze di insegna e di marchio”. È indispensabile, dunque, una legislazione stringente sul lavoro che ponga degli argini alla deregulation degli ultimi venti anni. Solo una sintesi tra tutti i corpi della Nazione può aprire nuove strade alle migliori energie del nostro Paese.

Salvatore Recupero

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Salvatore Recupero
Nato a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1980 e cresciuto a Furnari in provincia di Messina. Vive a Roma dove ho conseguito due lauree: una in Scienze dell’Amministrazione presso l’Università La Sapienza e l’altra in Editoria e Giornalismo con una tesi sul “giornalismo multimediale” presso la Lumsa. Dodici anni fa ha iniziato a collaborare con alcuni periodici occupandosi di politica interna ed internazionale. Da studente universitario ha affiancato alle collaborazioni giornalistiche l'attività di consulente marketing ed editing per la Casa editrice Nuove Idee. Dal dicembre 2013 la sua attività giornalistica è focalizzata principalmente su tematiche economiche e finanziarie per Il Primato Nazionale.

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