Altro che Pil: diario elettrico di un baratro

dddRoma, 18 mag – A una settimana dalle elezioni europee del 25 Maggio, a qualche giorno dalla doccia fredda dei nuovi dati sul Pil nazionale, può essere utile aggiornare lo stato dell’economia italiana dal punto di vista più significativo: quello del consumo di elettricità, il motore di ogni economia avanzata. Ne parlammo già nel novembre scorso su queste colonne ma l’insistenza un po’ irritante dell’uomo solo al comando (si fa per dire) sui segnali di ripresa che soltanto lui riesce a vedere merita una smentita fondata sui fatti.

Con gli stessi argomenti e grafici dello stesso tipo di qualche mese fa, ancora sulla base dei dati del Gestore dei Mercati Energetici, scopriamo che il crollo dei consumi elettrici si è fatto ancora più rapido, tanto che se l’anno 2013 ha registrato una diminuzione del 3,2% rispetto al 2012, col dato catastrofico dell’ultimo mese di aprile la diminuzione su base annuale è salita al 3,6% e quella sul quadrimestre gennaio-aprile tocca il 3,9%. Numeri da capogiro.

Figura 3 - Prezzo elettricitàRimandando per altre considerazioni “storiche” al vecchio articolo, possiamo prevedere abbastanza facilmente che alla fine del 2014 saremo tornati ai consumi elettrici del 1996, quasi venti anni fa. In soli 6 anni, dal 2009 al 2014, avremo bruciato tutta la crescita dei precedenti 12 anni.

Figura 2 - Domanda elettricitàSi potrebbe pensare che, vuoi per i prezzi del petrolio, vuoi per le tensioni sul mercato del gas, l’elettricità costi troppo…. e invece no. Il grafico successivo mostra che il prezzo unico nazionale dell’elettricità nell’aprile 2014, cioè proprio nel mese dei minimi consumi da quasi due decenni a questa parte, è stato il più basso almeno dal gennaio 2006, salvo che allora la domanda elettrica era oltre il 20% superiore a quella odierna.

Meno male, piuttosto, che uno degli ultimi sussulti di sovranità, accompagnato dal genio italico, proprio in quegli anni 2006-2007 aveva gettato le basi normative e industriali per la grande rivoluzione energetica solare dei quattro anni successivi, che ha contribuito ad abbattere i costi dell’elettricità, altrimenti chi sa quanto peggio sarebbe andata.

Rimane il fatto che lo stato dell’industria italiana, della sua capacità produttiva, è tornato indietro di venti anni, e che non sarà possibile riprendersi con alcuna misura circoscritta nell’angusto ambito dei vincoli europei. Detto in poche parole: con questa Europa non andremo da nessuna parte e il voto, qualsiasi voto, sarà praticamente inutile. Tanto meno, il voto a chi più o meno coscientemente illude sulla ripresa oppure, peggio ancora, a chi antepone i diritti delle minoranze – etniche o di qualsiasi altro tipo (ultima trovata, gli animali) – alla necessità di restituire all’Italia e agli italiani la dignità e il posto che meritano.

Questa è la realtà e non basteranno gli 80 Euro elargiti ai percettori dei redditi più bassi, con chi sa quali coperture (e a spese di chi e di cosa), né ulteriori liberalizzazioni (leggi: svendite di patrimoni e industrie pubbliche), e neppure, anzi tanto meno, il mantenimento di investimenti ridicoli nella ricerca scientifica: è il risultato, ancora parziale, di una vera e propria guerra scatenata contro l’Italia e contro l’Europa dai grandi poteri della finanza internazionale alle prese con il dramma strutturale dei ritorni economici decrescenti degli investimenti industriali, siano questi nel petrolio e negli altri idrocarburi, oppure nelle risorse minerarie, e di conseguenza praticamente in qualsiasi settore produttivo.

Soltanto riprendendo fieramente in mano il nostro destino come Nazione prima, e poi come Europa, come è avvenuto dopo ogni grande guerra del passato, sarà forse possibile invertire la rotta.

Francesco Meneguzzo


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