autotrasportiFirenze, 17 dic –  Crisi del mercato interno, benzina alle stelle e poca liquidità dalle banche: queste le principali cause che hanno portato al collasso il settore dell’autotrasporto.  L’indagine è del Cgia di Mestre, e rileva come dal 2009 nel solo Friuli Venezia Giulia (una delle regioni storicamente più dinamiche nel settore dei trasporti) abbiano chiuso i battenti 418 imprese su 2021: un crollo del 20,7%, cui seguono quelli della Toscana, della Sardegna e del Piemonte.

Il bilancio provvisorio di questa strage è di 15.948 imprese fallite in cinque anni: -14,7 percento, a dar retta al Cgia.  Bisognerebbe capire quante famiglie hanno risentito del crollo: in questo caso la stima ce la fornisce Il Piccolo, sulle cui colonne on line si legge la seguente analisi: “Per quanto riguarda l’occupazione non ci sono dati statistici puntuali ma, tenendo conto che nell’ultimo Censimento Istat sulle Imprese e i Servizi il numero medio di addetti per impresa del trasporto merci su strada è di 4,3 addetti, la Cgia stima che in Italia siano occupati tra le 350 e le 400 mila persone, con una perdita di circa 70 mila addetti dall’inizio della crisi economica.”

A margine del dossier, la Cgia commenta così: “Le ragioni dello stato di agonia in cui versa l’autotrasporto sono molteplici.

«Le ragioni dello stato di agonia in cui versa l’autotrasporto sono molteplici», analizza la Cgia di Mestre. Secondo uno studio presentato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti nel 2011, l’Italia presenta il costo di esercizio per chilometro più alto d’Europa: se da noi è pari a 1,542 euro, in Austria è di 1,466 euro, in Germania 1,346 euro, in Francia 1,321 euro. Ma in Slovenia è di 1,232 euro, in Ungheria di 1,089 euro, in Polonia di 1,054 euro e in Romania è addirittura di 0,887 euro. Tra il gennaio 2009 e lo scorso mese di novembre, il prezzo alla pompa del gasolio per autotrazione è aumentato del 55,7% (l’inflazione, invece, è aumentata del 9,4% ). Oggi, un litro costa mediamente 1,692 euro. Secondo i dati riferiti al 12 dicembre 2013, in Italia il prezzo del gasolio è il più caro tra tutti i 28 Paesi dell’Ue.

Anche i pedaggi autostradali hanno subito un incremento molto importante. Tra il 2010 e il novembre di quest’anno l’incremento è stato del 17,2%, contro un + 7% fatto registrare dall’inflazione. «Abbiamo i costi di esercizio più alti d’Europa – sottolinea il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi – per colpa di un deficit infrastrutturale spaventoso. Senza contare che il settore è costretto a sostenere delle spese vertiginose per la copertura assicurativa degli automezzi, per l’acquisto del gasolio e per i pedaggi autostradali. Il che si traduce in un dumping sempre più pericoloso, soprattutto per le aziende ubicate nelle aree di confine che sono sottoposte alla concorrenza proveniente dai vettori dell’Est Europa. Questi ultimi hanno imposto una guerra dei prezzi che sta strangolando molti piccoli padroncini. Pur di lavorare – conclude Bortolussi – si viaggia anche a 1,10-1,20 euro al chilometro, mentre i trasportatori dell’Est, spesso in violazione delle norme sui tempi di guida e del rispetto delle disposizioni in materia di cabotaggio stradale, possono permettersi tariffe attorno agli 80-90 centesimi al chilometro».

Piero Chiandussi, presidente regionale di Confartigianato trasporti, non esclude azioni forti se la situazione non cambierà: «Siamo di fronte a una vergognosa legalità che porta anche le aziende italiane a delocalizzare nei Paesi dove i controlli sono meno stringenti rispetto all’Italia e dove si lavora in condizioni di schiavitù, senza che l’Unione Europea intervenga. Non vogliamo assistenzialismo ma legalità, denunciamo questa situazione da anni e se le cose non cambieranno, saremo costretti a bloccare i confini prima o poi». Secondo Chiandussi questa crisi del settore «comporta una crisi per l’intero sistema Paese. Servono controlli omogenei e rispetto delle regole ovunque, questo chiediamo all’Europa».

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