figura_1Roma, 15 gen – Con gli ultimi dati di dicembre 2014, l’Istat certifica l’azzeramento dell’inflazione: il tasso  medio annuo per il 2014 è stato pari a +0,2%, mentre in dicembre i prezzi non sono proprio aumentati, ossia inflazione zero. Si tratta dell’andamento più “freddo” dal 1959 e in rallentamento di un punto percentuale rispetto al già modestissimo +1,2% del 2013.

Il forte rallentamento è attribuito soprattutto ai prezzi di beni energetici e alimentari non lavorati, e sul “carrello della spesa”, quindi i beni alimentari, per la cura della casa e della persona, il tasso d’inflazione è passato dal +2,2% del 2013 al +0,3% del 2014.

Più in dettaglio, la stabilità dell’indice generale deriva dalla combinazione del calo dei prezzi degli energetici non regolamentati (-3,6%) e del rialzo dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (+2,6%), in larga parte condizionati da fattori stagionali. Rispetto a dicembre 2013, i prezzi dei beni diminuiscono dello 0,8% mentre il tasso di crescita dei prezzi dei servizi accelera (+1,0%).

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona aumentano dello 0,1% in termini congiunturali e fanno registrare una flessione tendenziale dello 0,2% (dal +0,4% di novembre). I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto diminuiscono dello 0,3% su base mensile e dello 0,5% su base annua (era +0,2% a novembre).

“La dinamica dei prezzi al consumo nel 2014”, spiega l’Istat, “riflette principalmente gli effetti della prolungata flessione dei costi delle materie prime – in particolare di quelle energetiche – e dei beni di importazione che si combinano con la persistente debolezza della domanda di consumi da parte delle famiglie. I prezzi dei prodotti hanno segnato forti rallentamenti nella crescita o diminuzioni in quasi tutti i comparti, incluso quello alimentare, caratterizzato nei tre anni precedenti da elementi di rigidità. In questo quadro di bassa inflazione, soltanto alcuni comparti dei servizi con una forte componente regolamentata hanno continuato a sostenere l’inflazione”.

Insieme all’eurozona, anche l’Italia entra quindi – o meglio procede – sulla pericolosa strada della deflazione.

spirale_declinoPerché la deflazione è pericolosa? Un calo continuato dei prezzi può temporaneamente soddisfare il consumatore finale, ma al prezzo di innescare una vera e propria “spirale del declino”, come mostrato nel grafico a fianco, il cui primo effetto si manifesta sui minori profitti e la ridotta liquidità delle imprese che, conseguentemente, riducono la produzione e rinunciano a nuove assunzioni. Questo aumenta la disoccupazione con l’effetto di far circolare ancora meno denaro nel Paese.

Se le imprese non riducono abbastanza velocemente la produzione, queste rischiano di immettere sul mercato merce che nessuno comprerà, ma tagliando la produzione non procederanno a nuove assunzioni o licenzieranno, mentre se le imprese continuano a produrre allo stesso ritmo alimenteranno ancora di più la spirale perché – in assenza di compratori – si troveranno costrette ad abbassare i prezzi dando ulteriore spinta alla deflazione.

Una strada, quindi, la cui via d’uscita non può essere che politica e non certo limitata agli “alleggerimenti quantitativi”, cioè alla creazione del denaro dal nulla, come è stato deciso dalla banca centrale europea proprio in questi giorni, ma comporterebbe decisioni strategiche di vasta portata, come una netta sterzata verso il finanziamento di importanti opere pubbliche di cui per altro in Italia esiste una impellente necessità. È tuttavia lecito dubitare che simili misure anticicliche siano perfino nella mente degli attuali decisori.

inflazione-pilIn considerazione del carattere di record storico, anche se in negativo, dell’indice dei prezzi al consumo, presentiamo a fianco la serie storica del tasso d’inflazione trimestrale dal 1951, insieme a quella del prodotto interno lordo (Pil) dal 1960. Si possono evidenziare alcuni periodi ben definiti, tentandone una breve interpretazione:

A – B, anni ’50 e ’60 del secolo scorso: bassa inflazione e crescita vigorosa, come risultato della ricostruzione industriale e infrastrutturale post-bellica e della moderazione salariale.

C, anni ’70 e primi anni ’80 del secolo scorso: crescita in rallentamento, anche a causa del primo shock petrolifero, e fortissimo aumento dell’inflazione, almeno in parte causato dalla ridistribuzione della ricchezza verso il lavoro dipendente (aumento delle retribuzioni).

D, ultimi anni ’80 e anni ’90 del secolo scorso: crescita in ulteriore rallentamento ma ancora generalmente positiva, e crollo dell’inflazione, quale risultato principale del sostanziale blocco degli aumenti salariali e della spesa pubblica.

E, da fine anni ’90 a oggi: crescita molto bassa o praticamente assente, generalmente negativa a partire dal 2008, inflazione molto bassa e tendenzialmente in calo fino all’azzeramento odierno, evidentemente intrappolata nella spirale del declino mostrata sopra.

Solo una fase politica completamente nuova rispetto ai governi dell’ultimo ventennio, rivolta molto più verso l’interno e l’economia reale del Paese, potrà essere in grado di invertire una rotta su cui oggi nessuno pare capace di intervenire.

Francesco Meneguzzo

Vuoi rimanere aggiornato su tutte le novità del Primato Nazionale?
Iscriviti alla nostra newsletter.

Anche noi odiamo lo spam. Ti potrai disiscrivere in qualsiasi momento.

Commenti

commenti

6 Commenti

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

20 + 11 =