La Banca d’Italia diventerà una public company con un semplice decreto del Governo

Roma, 24 gen – Strano paese quello in cui il Ministro del Tesoro si vanta di avere fatto diventare Banca d’Italia una public company. Si, perché a dispetto dell’inglesismo questo termine indica l’esatto opposto di ciò che si potrebbe intendere. Bankitalia non diverrà un’azienda pubblica. Il decreto legge approvato il 27 novembre stabilisce infatti che “ciascun partecipante al capitale non potrà possedere – direttamente o indirettamente – una quota di capitale superiore al 5 per cento”. I soggetti, italiani ed europei, autorizzati a detenere quote nella Banca d’Italia saranno “banche, fondazioni, assicurazioni, enti ed istituti di previdenza, inclusi fondi pensione”. Così si legge nel comunicato stampa del Ministero.

In parole parole povere, il Governo sta per realizzare una sorta di esplicita privatizzazione della Banca d’Italia, violando la Legge 262 del 2005 che prevede la ripubblicizzazione (o nazionalizzazione) del 94,33% delle quote di capitale in possesso di enti privati . Ma chi ha detto a questi signori illegittimamente al governo che gli italiani vogliono che la loro banca centrale diventi una public company?

Certo la maggioranza degli italiani appare del tutto indifferente, ma è anche vero che l’informazione è stata deficitaria. Sembra di essere tornati indietro nel tempo, a più di trent’anni fa, allorquando Beniamino Andreatta (ministro del Tesoro) e Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca Governatore della Banca d’Italia decisero di separare l’attività della nostra banca centrale dal controllo statale. Lo Stato veniva di fatto a trovarsi in balia delle banche commerciali e dei mercati finanziari per collocare il proprio debito. Mai nessun altra scelta fu così scellerata, perché a seguito di questo divorzio, cominciò la crescita esponenziale del debito pubblico italiano poiché dal quel momento in poi, ad una politica di repressione finanziaria (con tassi sul debito inferiori al tasso d’inflazione in grado quindi di ridurre il debito complessivo) si sostituì una condizione permanente di tassi d’interesse sul debito sempre crescenti e ben superiori al tasso d’inflazione del periodo. E fù l’inizio della fine!

Medesimo atteggiamento di questi giorni, poichè senza il minimo dibattito politico, si è proceduto per decreto ad una riforma storica dell’assetto proprietario e della governance della Banca d’Italia. Il governo non ci ha detto nulla sulle possibili conseguenze del fatto che le quote di partecipazione nella nostra banca centrale diverranno liberamente trasferibili, cioè scambiabili sul mercato.

Il fatto che queste quote siano riservate a intermediari finanziari europei non ci dà alcuna garanzia, giacchè questi soggetti possono essere a loro volta controllati da altri soggetti, anche di altra natura e non europei. Oltretutto, il limite del 5 per cento può essere aggirato attraverso accordi che permettano a un cartello di proprietari di coordinarsi tra di loro.

Il senso di questa operazione sta tutto nella valorizzazione di quote (in mano a soggetti privati) di un ente la cui funzione si basa sull’esercizio della sovranità monetaria. Lo scopo di questa valorizzazione è chiaramente quello di ricapitalizzare le banche ed incassare, al tempo stesso, un po’ di soldi dalla tassazione su queste rivalutazioni, ma si tratta di un’operazione di brevissimo respiro e oltremodo pericolosa perché rischierebbe di consegnare una parte della banca centrale italiana in mano a soggetti privati stranieri.

Con questa operazione il Governo sta facendo l’ennesimo enorme regalo alle banche. I ricavi prodotti da questa operazione, pur derivando dall’amministrazione di un bene pubblico, andranno a finire nelle tasche di azionisti privati e gli italiani, alle prese con le quotidiane disquisizioni su quale legge elettorale da adottare, saranno fatti fessi ancora una volta.

Giuseppe Maneggio

 

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